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Microcredito: piccole somme, grande fiducia

Angel ha 29 anni, è rumena e vive a Torino con il marito e due figli. Ha aperto un negozio di calzolaio: ripara scarpe e ne fabbrica su misura di tipo ortopedico. Per avviare la sua attività ha chiesto un prestito, anzi un microcredito, non a una banca, ma a una piccola società finanziaria specializzata in microfinanza, Permicro, nata due anni fa a Torino, che oggi ha sedi in tutta Italia. Una banca tradizionale non avrebbe mai concesso il prestito ad Angela perché non aveva garanzie da fornire: nessuna casa da ipotecare, né un genitore che facesse da garante, né un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Nella microfinanza, invece, vengono valutati altri fattori: la “bontà” di un’idea, la sostenibilità economica di un progetto, l’affidabilità della persona. 

Sono gli elementi che hanno permesso ad Angela di ottenere un microcredito. E di vincere il premio "Money for Ideas" (denaro per le idee), un’originale iniziativa organizzata proprio da Permicro per eleggere il migliore progetto di microcredito, l’idea imprenditoriale più innovativa, originale e intraprendente. Il 23 marzo la giuria ha scelto il vincitore. In palio 400 euro di strumenti di lavoro utili all'avvio o allo sviluppo dell’attività imprenditoriale presentata.



Ma che cos’ha questo microcredito di diverso da un qualsiasi prestito in banca? Innanzitutto i requisiti richiesti al cliente. Come qualsiasi istituto di credito, anche le associazioni di microfinanza vogliono essere certe (o quasi) di veder ritornare i soldi prestati, con tanto di interessi. Ma, mentre le banche, per assicurarsene, guardano le garanzie che il cliente può fornire (come si diceva sopra: una casa, un conto in banca ben nutrito, un genitore che possa pagare le rate se il cliente non dovesse riuscirci), le associazioni di microfinanza valutano se il cliente sia affidabile e se il progetto per cui verrà impiegato il prestito sia valido e quindi possa assicurare dei guadagni sufficienti a ripagare il debito. 



È proprio grazie a questo principio che oggi 133 milioni di persone nel mondo sono riuscite ad avviare una piccola (spesso piccolissima) impresa, ottenendo un prestito (senza avere garanzie da fornire). Per molti è stato l’inizio di un percorso per uscire dalla povertà estrema (93 dei 133 milioni di persone vivevano con meno di due dollari al giorno, cioè sotto la soglia di povertà). Sono i clienti che nel mondo - la maggior parte nei Paesi più poveri come l’Africa, il sud est asiatico e l’America Latina - hanno ottenuto un microcredito (sono i dati più recenti, riferiti a fine 2006).



Esisteva già nell’800 in diversi Paesi europei, ma è diventato “famoso” grazie a Muhammad Yunus, che nel 2006 ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il suo progetto avviato trent’anni prima in Bangladesh. Nel 1977 Yunus fondò la Grammen Bank, la “banca del villaggio”, per combattere la miseria del suo Paese, concedendo prestiti ai più poveri perché potessero avviare un’impresa. 



Microcredito significa piccolo prestito. Ma che cosa c’è di piccolo? Innanzitutto la cifra prestata, il periodo entro cui bisogna restituirla e il tipo di impresa da avviare. Gli interessi, invece, non sono tanto micro. Ma facciamo un passo indietro, perché bisogna fare una distinzione riguardo al luogo dove viene usato questo strumento finanziario. Il microcredito, infatti, esiste sia nei Paesi poveri, che in Occidente. Ma con caratteristiche molto diverse. 



Nei Paesi del Sud del mondo microcredito significa prestiti tra 50 e 400 euro, che in America Latina, Africa o Asia - dove milioni di persone vivono con meno di due dollari al giorno
, dove si possono guadagnare 50-100 dollari al mese e dove il tasso di disoccupazione raggiunge il 70% - questi pochi soldi possono cambiare la vita di una famiglia. Permettono di avviare piccole attività imprenditoriali: comprare le galline e venderne le uova, acquistare gli ingredienti per cucinare biscotti da portare al mercato del villaggio o i fili per rammendare i vestiti delle donne del paese. E micro è anche il tempo concesso per restituire il prestito. Di solito da tre mesi a un anno, con rate mensili o anche settimanali .


Tutt’altro che micro, invece, sono i tassi di interesse, che si aggirano attorno al 3% mensile, cioè oltre il 30% annuo
. Un tasso altissimo! Verrebbe da pensare. Ma gestire piccoli prestiti per molti clienti è un’attività che comporta costi altissimi e ricavi molto bassi. Il personale delle associazioni di microcredito deve seguire i clienti da vicino, analizzare con attenzione il progetto, prima, e far visita ai clienti quasi ogni giorno, dopo. Se queste organizzazioni vogliono sopravvivere devono mantenere tassi di interesse elevati.



In Italia le cifre del microcredito sono molto diverse. I prestiti si aggirano tra i 5 e i 10 mila euro (il limite stabilito a livello europeo è di 25 mila euro), da restituire in un periodo da 1 a 5 anni, con tassi di interesse annui tra il 5% e il 12%. I principali beneficiari di microcredito nel nostro Paese sono gli immigrati, ma ci sono anche donne, famiglie impoverite e giovani imprenditori in contesti economici poco dinamici.


Ma in Italia è una realtà ancora frammentata. Secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, raggiunge solo 8 mila persone. È un vero peccato, dal momento che abbiamo uno dei maggiori tassi di esclusione finanziaria (persone che non riescono ad ottenere un prestito) dell’Occidente: il 25% sempre secondo la Banca Mondiale.


Sono una decina lungo la penisola le società di microfinanza, che si occupano di selezionare i progetti da finanziare e, di solito, di seguire i piccoli imprenditori per la formazione e l’assistenza
. I prestiti invece vengono erogati da banche, società finanziarie o cooperative di credito. Ecco alcune organizzazioni a cui è possibile rivolgersi: Banca Etica, che collabora con una quindicina di associazioni che si occupano di micro finanza tra cui la Caritas; la Compagnia San Paolo, che ha coinvolto due banche, Intesa San Paolo e San Paolo Banco di Napoli, e quattro associazioni locali che seguono i microcrediti: la Fondazione Risorsa Donna a Roma (06 68301057), la Fondazione Don Mario Operti a Torino (011 8124971), la Fondazione Santa Maria del Soccorso a Genova (010 2543236) e la Fondazione S.Giuseppe Moscati a Napoli (081 4421535). A Bologna e a Torino sono nate due giovani iniziative di microcredito: Micro.bo e PerMicro. A Milano è attiva la Fondazione San Carlo, che, grazie ai fondi raccolti con le donazioni, eroga prestiti soprattutto a stranieri che vogliano avviare un’impresa. Infine Ritmi, la Rete italiana microfinanza, che raccoglie le principali organizzazioni del settore, fornisce informazioni utili, anche per studiare nel campo della microfinanza.



di Elisabetta Tramonto


di Andrea Limone
A.D. della società di microcredito Permicro

 

«Si può dire che noi viviamo grazie agli immigrati. Per il microcredito d’impresa rappresentano circa l’86% dei nostri clienti», spiega Andrea Limone, amministratore delegato di PerMicro, la società specializzata in microcredito nata a Torino e operante in tutta Italia.

 

Ma vi siete rivolti da subito a clienti stranieri?

«No, all’inizio la nostra offerta era rivolta a tutti, in modo ampio e indiscriminato. Ma fin da subito la risposta più forte ci è arrivata dagli immigrati. Oggi quindi ci rivolgiamo soprattutto a loro, con servizi specifici e azioni promozionali mirate. Per esempio facciamo molta più pubblicità su testate come “Stranieri in Italia” e organizziamo attività promozionali con associazioni etniche e durante eventi legati alle comunità di immigrati, come il torneo di calcio per migranti a Torino “Balon mundial”, il festival dei rumeni o dei filippini».



Perché  gli stranieri in Italia ricorrono al microcredito più  degli italiani?


«Per quanto riguarda il microcredito all’impresa, credo che il motivo sia che gli immigrati hanno più attitudine all’imprenditorialità e più necessità di avviare un’impresa degli italiani, in particolare i giovani, che sono più propensi a cercare un posto fisso alla Fiat o in una banca. A parte magari a Milano, è difficile che un italiano pensi ad avviare da zero un’impresa e, quindi, chiedere un microcredito. I pochi che si lanciano in questa avventura riescono a trovare dei fondi dalle leggi europee (inaccessibili a un immigrato), trovando quindi finanziamenti anche a fondo perso o a tassi molto più bassi dei nostri.

Un immigrato invece ha più necessità e meno possibilità. Magari è laureato in medicina in Ghana, ma in Italia non troverà mai un posto all’altezza della sua preparazione. Piuttosto che fare l’operaio per sempre, apre la sua impresa. Gli stranieri generalmente hanno una maggiore propensione al rischio, se non altro per le esperienze di vita che hanno vissuto. Sono disposti ad affrontare le seccature e i problemi tipici dell’avviare un’impresa».



Quali sono le cifre richieste per un microcredito? E per quali attività  vengono impiegate?

«Per avviare un’impresa la richiesta è di circa 8.000 euro. I settori più gettonati sono: il commercio stanziale e ancora di più ambulante; i servizi e poco artigianato».


Ma concedete anche microcrediti “di famiglia”? Di che cosa si tratta?


«Sono prestiti richiesti per spese utili alla famiglia. Per mandare soldi nel Paese d’origine, per acquistare una macchina, per un problema di salute. La cifra richiesta si aggira sui 5.500 euro. In questi casi verifichiamo che esista una continuità di reddito, non necessariamente un contratto a tempo determinato, ma un lavoro che garantisca di ripagare le rate».  



Non chiedete nessuna garanzia, ma avete un basso tasso di non restituzione dei prestiti…

«Abbiamo avuto 3 casi su 580 prestiti erogati».



Com’è possibile?

«Il segreto è la rete. Sia per il microcredito di impresa che per quello di famiglia, concediamo prestiti solo a chi abbia una rete di riferimento: associazioni, comunità di appartenenza, una parrocchia. Realtà più o meno formali, ma di gruppo, che firmino una lettera di garanzia per chi chiede un prestito. Non forniscono garanzie né reali (ipoteche) né personali (fideiussione), ma solo morali. Non hanno vincoli legali, solo l’impegno a seguire la persona per tutta la durata del debito. Se firmano la lettera è perché conoscono bene la persona. Noi ci fidiamo di loro e del legame che lega la persona all’associazione».

 

www.permicro.it