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Finanza islamica: buone regole contro la speculazione

Avere un conto corrente in banca dove versare il proprio stipendio, accendere un mutuo per comprare casa, chiedere un finanziamento. Tutte attività piuttosto “normali”. Basta rivolgersi a una banca (rispettando certe condizioni) e il gioco è fatto. Ma non per tutti. A impedire queste operazioni può essere la religione, quella islamica. Il Corano, infatti, prevede una serie di divieti e di obblighi incompatibili con molte delle attività che svolgiamo in banca. Almeno nelle banche che conosciamo. Esiste, infatti, una finanza parallela, quella islamica, presente in molti Paesi arabi, negli Usa e anche in diversi Stati europei, come la Gran Bretagna e la Svizzera. Ma non in Italia. Alcuni strumenti della finanza islamica sono incompatibili con la legislazione bancaria italiana.

 

Su quali regole si basa, quindi, la finanza islamica? Vincoli e divieti ruotano attorno a tre principi chiave: il divieto della “riba”, cioè gli interessi; del “maisir”, la speculazione e dell’“haram”, cioè tutto ciò che è esplicitamente proibito dal Corano.

La riba. Per la finanza islamica il denaro non può essere generato da altro denaro, senza produrre qualcosa di concreto (come un prodotto o dei posti di lavoro). Cioè una banca non può guadagnare solo perché ha prestato del denaro, così come una persona non può guadagnare solo perché ha depositati i propri risparmi in banca. Entrambi questi interessi, tanto quelli che intascherebbe la banca, quanto quelli per il cliente, per la finanza islamica sono vietati. Il denaro deve circolare e non stare fermo. Ed è vietato stabilire in anticipo un tasso di interesse, come, invece, fa qualsiasi banca non islamica.

 

Anche le banche islamiche, però, devono guadagnare. Quindi hanno messo a punto altri metodi, che garantiscono un profitto senza violare il Corano. Per esempio per un conto corrente, una banca islamica può pagare al cliente “interessi in natura”: un computer in omaggio, un telefonino, buoni pasto.
Oppure prendiamo i mutui. Quelli islamici (la Murabbahah o la Ijarah) prevedono che sia la banca a comprare la casa che in realtà è destinata al cliente, che poi la riacquisterà dall’istituto di credito pagandola a rate con una commissione in aggiunta.

 

Il maisir. È vietata la speculazione, cioè guadagnare denaro dal denaro, che deve essere un mezzo e non un fine. Vietati quindi gli investimenti che non abbiamo una base reale, ma solo speculativa. Non si può investire nei derivati classici (quegli strumenti finanziari così pericolosi che hanno fatto scoppiare la crisi finanziaria nel 2008 e perdere denaro a molte famiglie), ma neanche in obbligazioni di banche tradizionali, perché guadagnano dal denaro senza produrre niente. È possibile invece investire in azioni, perché si finanzia l’attività di un’impresa.

La Gharar. È proibito trarre vantaggio dalla mancanza di informazioni altrui ed è proibito stipulare un contratto legandolo ad eventi ignoti. Per esempio non si possono stipulare contratti preliminari di vendita di una casa, rimandando di un anno il rogito. L’acquirente si troverebbe esposto a rischi superiori del venditore.

 

L’haram. È vietato anche investire in imprese che violino le regole del Corano: che producano alcolici, guadagnino dal gioco d’azzardo o dalla pornografia.

 

È, invece, obbligatorio condividere i rischi, tra debitore e creditore. Per la finanza islamica, infatti, per godere dei profitti bisogna partecipare alle perdite. Lo stesso vale anche per le banche. Prendiamo per esempio i finanziamenti alle imprese: quando una banca islamica concede un finanziamento a un’azienda, ne diventa socio, versando una quota. Se gli affari vanno bene avrà un rendimento proporzionale al proprio investimento. Se vanno male, la banca le condividerà le perdite.

 

In Italia, però, le banche islamiche pure non possono esistere. Violerebbero diverse regole di Banca d’Italia e della legislazione bancaria. Per esempio il Testo unico bancario prevede che gli istituti di credito garantiscano la restituzione dei depositi. In qualsiasi momento un cliente può ritirare tutti i suoi soldi e chiudere il conto. Nelle banche islamiche, invece i depositi non sono garantiti. In teoria, quindi, se una banca islamica dovesse fallire o avesse investito male il denaro dei conti correnti, i clienti non potrebbero recuperare i loro risparmi. Nella realtà questo è praticamente impossibile. Perché nella finanza islamica vigono regole molto rigide e le banche possono effettuare solo investimenti a basso rischio.

 

Peccato però, potrebbero pensare molte banche italiane pensando al divieto di entrare nel mondo della finanza islamica. Perché nel nostro Paese ci sono 1 milione e 200 mila musulmani: un bel numero di potenziali clienti per chi potesse offrire prodotti bancari rispettosi della “sharia”. E peccato, perché le stime parlano di un tesoro da 1.400 miliardi di dollari a livello mondiale. Questo sarebbe l’ammontare degli investimenti che la finanza islamica è in grado di attirare. Sono le cifre rivelate la settimana scorsa durante un incontro organizzato a Milano dall'Odcec-Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili proprio sul tema della finanza islamica.

 

E la crisi economico-finanziaria non sembra aver intaccato questo settore, che negli ultimi quattro anni è cresciuto di oltre il 15% all’anno, con un giro d'affari che oggi è pari all'1% del mercato finanziario globale: le stime parlano di circa 750 miliardi di dollari. Ma, secondo le previsioni, alla fine del 2015 potranno arrivare fino a 2.800 miliardi.

 

Nei Paesi islamici gli strumenti finanziari rispettosi della “sharia” sembrano andare molto bene: nel 2009 si sono registrati 556 fondi con “Beni islamici gestiti” per circa 50 miliardi di dollari, per tre quarti gestiti da Arabia Saudita e Malaysia. Nell’ultimo decennio si è espanso significativamente anche il mercato dei sukuk (le obbligazioni islamiche), passate da 1 miliardo di dollari emessi nel 2001 al picco di 47 miliardi nel 2007, nel 2009 il valore delle emissioni è stato di circa 27 miliardi di dollari. Tra le nazioni più attive in testa ancora la Malaysia, seguita da Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita.

 

Altre informazioni su:
www.lafinanzaislamica.it, www.assaif.org



di Elisabetta Tramonto


di Federica Miglietta
Esperta di finanza islamica


"Un immigrato di religione islamica che vive in Italia, se volesse seguire completamente i precetti del Corano, non potrebbe eseguire la maggior parte delle operazioni bancarie", spiega la professoressa Federica Miglietta, esperta di finanza islamica, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università degli studi di Bari e alla Bocconi di Milano. "In Italia non esistono banche totalmente “Sharia compliant”, cioè che rispettino i principi dell’Islam, anche se gli istituti di credito si stanno attrezzando per cercare di soddisfare i bisogni dei clienti musulmani. Ma del tutto non sarà possibile perché il nostro regolamento bancario non lo permette".
 

Un musulmano non può neanche aprire un conto corrente?

"Se vuole seguire il Corano, no, non un conto corrente classico. Potrebbe essere titolare solo di conti correnti a costo zero e che non permettano di andare in rosso. Non ne esistono molti, ma qualche banca li propone. Il Corano condanna esplicitamente il tasso di interesse predeterminato. Un guadagno deve derivare da un rischio imprenditoriale, non dall’aver prestato denaro, che deve invece essere investito e produrre qualcosa di concreto. Qualche anno fa Carifabriano ha proposto un conto corrente per cui, invece degli interessi, venivano elargiti buoni pasto".


Ed è possibile invece investire i propri risparmi in azioni?

"Sì, è consentito perché, acquistando un’azione, si diventa soci dell’azienda e, quindi, si divide con essa il rischio imprenditoriale. Se le cose vanno bene ci si spartisce il guadagno, se vanno male non si porta a casa niente, anzi, si perde. Ma non si può investire in qualsiasi settore, per non finanziare attività vietate dal Corano, come consumo di alcol, tabacco e carne di maiale. Non si possono, quindi, comprare azioni di imprese che producano salami, né aziende vitivinicole, né editori che pubblichino giornali pornografici, solo per fare alcuni esempi".


…e in obbligazioni?


"Sono vietate. Perché  il tasso di interesse è stabilito fin dall’inizio. Quindi si guadagna comunque, anche se chi ha emesso l’obbligazione dovesse “fallire”. Ma a un musulmano che decide di vivere in Italia capiterà  di aver bisogno di usufruire di servizi di una banca anche se vietati dalla sua religione… Vale comunque il principio di necessità, la “darura”, che, in mancanza di alternative, rende ammissibili azioni che altrimenti sarebbero vietate. Per esempio l’assicurazione per l’auto. È vietata per la finanza islamica, sempre perché prevede un interesse sicuro e stabilito in anticipo. Ma per legge è obbligatoria. In questi casi la “darura” concede, diciamo, una deroga". 


Ma perché  esistono regole per una finanza islamica e non per una cattolica o ebraica?


"A differenza delle altre due religioni monoteiste, il Corano, libro sacro dell’Islam, regolamenta tutti gli ambiti della vita, compresa l’economia. Regole rigide, che rispecchiano una grande attenzione alla tutela della persona; la ricerca di un rapporto equo e paritetico tra banca e cliente".