Dovrebbe essere questione di pochi giorni la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del nuovo decreto flussi per lavoratori stagionali, appena approvato dal Governo. Quello che stabilisce le “quote” di immigrati che hanno diritto ad entrare in Italia con un contratto di lavoro (per un massimo di nove mesi) garantendo loro la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo. Una norma che si ripete da anni, pensata per dare la possibilità a tre settori – agricoltura, turismo ed edilizia – di trovare manodopera, da assumere regolarmente, in un periodo in cui si verifica un picco di lavoro.
Le cifre del decreto ricalcano quelle dello scorso anno: 80 mila lavoratori stranieri, provenienti da: Serbia, Montenegro, Bosnia- Herzegovina, ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Croazia, India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Ucraina, Tunisia, Albania, Marocco, Moldavia ed Egitto. O da qualsiasi altro Paese per gli stranieri che abbiano già avuto un permesso di soggiorno per lavoro subordinato stagionale rilasciato tra il 2007 e il 2009.
Uguale allo scorso anno anche il ritardo nell’emanazione del decreto, che più volte annunciato, è stato firmato solo in questi giorni. Alla fine di marzo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha tranquillizzato aziende e lavoratori dichiarando: «Il decreto relativo a 80 mila ingressi per lavoratori stagionali in agricoltura è quasi pronto, lo firmeremo a giorni». Ma le Associazioni di categoria sostengono che i tempi stringono perché il periodo dei primi raccolti si avvicina. Le domande possono essere presentate solo dal momento in cui il decreto sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
L’agricoltura è infatti il comparto dove la maggior parte dei lavoratori stranieri stagionali trova lavoro (l’anno scorso ha assorbito circa il 60% delle 80 mila assunzioni concesse dal decreto. Il 35-40% circa è andato al settore turistico-alberghiero. L’edilizia gode di una quota marginale) e a subire i maggiori danni a causa del ritardo accumulato nell'emanazione del decreto. Sono 30 mila le aziende agricole che fanno uso di lavoratori immigrati durante i raccolti dalla primavera all’estate, concentrate in particolare nel Nord Italia.
«Occorre fare presto, perché dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale bisognerà attendere gli altri adempimenti amministrativi come il nulla osta dello Sportello Unico presso la Prefettura e il rilascio del visto presto i Consolati all'estero», sottolinea Romano Magrini, responsabile del settore lavoro di Coldiretti. Un ping pong che potrebbe durare fino a due mesi, ma la frutta non aspetta permessi e passaggi burocratici: deve essere raccolta. «Questi lavoratori sono indispensabili per molte produzioni made in Italy: le fragole nel veronese, le mele in Trentino, la frutta in Emilia Romagna, l’uva in Piemonte - continua Romano Magrini - da loro dipende il 10% della raccolta».
«Senza una norma che regolarizzi l’assunzione (seppur a tempo determinato) di lavoratori immigrati, gli agricoltori potrebbero avere l’alibi della necessità per dare lavoro in nero», dichiara Tania Pagano di Confagricoltura. «Il primo strumento per combattere l’immigrazione clandestina è avere quote sufficienti (di lavoratori stranieri che possano essere regolarmente assunti ndr) e averle in tempo - continua Tania Pagano - Rosarno non si combatte con la stretta all’immigrazione. Chi sta fuori dalle regole non deve avere alibi, è importante mettere le aziende nella condizione di assumere i lavoratori».
Una buona notizia però è arrivata: il 29 marzo il ministero dell’Interno ha avviato le procedure per la pre-compilazione delle domande (al sito internet https://sportellounicoimmigrazione.interno.it), riservata però solo alle associazioni degli imprenditori (quelle autorizzate sono: Cna, Confapi, Confcommercio, Confesercenti, Federalberghi, Confcooperative, Lega cooperative, Coldiretti, Confagricoltura, Confsal-Fisals, Cia, Copagri, Confartigianato, Informafamiglia, Ital Uil, Unsic, Ugl coltivatori, Unci, Fenapi, Anpa, Cidec, Eurocoltivatori, Epasa, Alpa, Unimpresa, Fiaca, Federagri), che hanno già iniziato a raccogliere tra i loro iscritti le domande di assunzione dei lavoratori stagionali. Appena il decreto flussi stagionali 2010 sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale, le invieranno al ministero degli Interni.
Le singole imprese (non iscritte ad alcuna associazione) dovranno, invece, aspettare la pubblicazione del decreto per trovare sul sito del ministero dell'Interno una sezione dedicata al decreto flussi stagionali 2010, dove registrarsi e scaricare i moduli e i software indispensabili per spedire le domande di assunzione.
Ma, dicono gli esperti del settore, non dovrebbero esserci problemi a trovare delle quote rimaste, la cifra di 80 mila posti per i lavoratori stagionali è (al contrario dei non stagionali) sufficiente a coprire le esigenze dei settori agricolo e turistico.
«Sì, è una cifra collaudata negli ultimi anni, sufficiente a soddisfare le richieste delle 30 mila aziende agricole che da anni beneficiano del contributo di lavoratori immigrati», afferma Romano Magrini, di Coldiretti. Anche per il settore turistico la cifra è congrua. «Ampiamente», dichiara Angelo Candido, responsabile del servizio sindacale di Federalberghi. «Era una cifra sufficiente anche quando i lavoratori rumeni rientravano tra gli extracomunitari. Oggi che possono liberamente venire a lavorare in Italia, le 80 mila quote sono più che sufficienti a coprire le necessità del settore alberghiero».
Totalmente insufficienti sono invece le quote dedicate ai lavoratori non stagionali. L’ultimo decreto flussi per l'ingresso di lavoratori subordinati non stagionali di nazionalità extraUe è stato emanato alla fine del 2008 e aveva fissato un tetto di 150 mila ingressi (105mila dei quali riservati al lavoro domestico), che in realtà non erano altro che un recupero delle 150 mila domande inviate telematicamente in occasione del Decreto Flussi 2007)
«È importante che venga presto emanato un decreto per consentire l’assunzione di lavoratori immigrati non stagionali, perché, in caso contrario, si corre il rischio che la norma dedicata agli stagionali venga vista come un succedaneo», dichiara Angelo Candido, responsabile del servizio sindacale di Federalberghi. «La mia è una preoccupazione più politica che tecnica. Coprire esigenze di lavoratori a lungo termine con le quote degli stagionali, oltre a essere illegale, serve solo a spostare nel tempo il problema».
Ma la situazione potrebbe presto sbloccarsi. E probabile infatti, ma non ci sono conferme ufficiali, che entro la fine dell’anno venga emanato il decreto flussi 2010 (per lavoratori non stagionali), forse subito dopo l’estate.
Lo dimostra un emendamento approvato nel decreto “mille proroghe”, con il quale viene resa possibile l’approvazione, entro il 30 novembre di quest'anno, di un decreto flussi “nei limiti delle quote stabilite nell'ultimo decreto emanato”.
«Il decreto ricalcherà grosso modo quello del 2008», hanno anticipato dal Viminale. Le quote d'ingresso dovrebbero, quindi, riguardare 105 mila lavoratori domestici (colf e badanti) e 45 mila lavoratori provenienti da paesi “riservatari” che hanno sottoscritto o stanno per sottoscrivere specifici accordi di cooperazione con l’Italia in materia migratoria (per impieghi domestici o di altri settori produttivi). Un decreto flussi da 150 mila posti, di cui troverete presto notizie e approfondimenti su Mixa.
di Elisabetta Tramonto

«Il meccanismo delle quote stagionali è un escamotage, con un valore simbolico, per mantenere il controllo sui flussi migratori. Il vero problema non si risolve con politiche migratorie (o almeno non solo), bensì con politiche di controllo e governo del mercato del lavoro». È questa l’opinione di Laura Zanfrini, responsabile del settore lavoro dell’Ismu.
Ritiene quindi che il meccanismo delle quote di lavoratori immigrati stagionali non sia efficace?
È un modello che funziona solo se il mercato del lavoro è trasparente e non c’è occupazione sommersa, come per esempio in Trentino. In molte altre zone della penisola il meccanismo si è inceppato: il reclutamento ufficiale, soprattutto in agricoltura, non funziona. Il risultato è che gli immigrati che volessero entrare in Italia seguendo la normativa sono scalzati da chi non la segue.
Il meccanismo delle quote stagionali è un tentativo di circoscrivere il diritto di residenza per gli immigrati a un periodo limitato, evitando che la permanenza si stabilizzi.
È una tendenza non solo italiana, ma diffusa in tutta Europea e negli Usa: si sta affermando sempre più la tendenza a contratti temporanei, per usare il lavoro degli stranieri per un certo periodo, impedendo che si stabilizzino e che diventino un costo.
La richiesta di lavoratori immigrati è alta…
Se la domanda di lavoratori immigrati esiste, bisogna capire perché si determina e se non sia possibile soddisfarla in altro modo. Molte richieste arrivano da regioni con tassi di disoccupazione altissimi. Come si può giustificare un effettivo bisogno di manodopera di importazione in regioni con una disoccupazione cronica? Non si può limitarsi a dire che gli stranieri coprono i lavori che gli italiani non vogliono più effettuare. Non credo che sia questo il punto. Gli immigrati sono più convenienti e concorrenziali perché sono pagati meno di un italiano.
E come si risolve questo problema?
Non con politiche migratorie, o almeno non solo, ma con politiche di controllo e governo del mercato del lavoro. Bisogna innanzi tutto combattere l’economia sommersa, una piaga atavica dell’Italia, senza eguali altrove. Ma bisogna farlo seriamente. Negli anni questo meccanismo ha distorto quello degli ingressi regolari e stabili.
In settori come l’assistenza familiare i lavoratori immigrati sono diventati ormai insostituibili e hanno coperto quella domanda di lavoro insoddisfatta dagli italiani…
È innegabile che in un Paese invecchiato come l’Italia ci sia una domanda di lavoro in crescita nei settori sanitario e della cura ed è innegabile che gli immigrati abbiano soddisfatto questa domanda, ma bisogna chiedersi se è questa l’idea di lavoro di cura che vogliamo: generalmente non professionalizzato e sottopagato. Questo metodo abbassa le condizioni di lavoro in tutto il settore. Spesso ospedali e case di cura per anziani si rivolgono a cooperative esterne per fornire alcuni sevizi di cura. Anche in questo caso sottopagandoli e obbligando a livelli salariali sempre più bassi. In settori così delicati, in cui la professionalizzazione è fondamentale, non ritengo opportuno affidare la selezione dei lavoratori alla concorrenza e al criterio dei costi al ribasso.
Come dovrebbero essere impostate le politiche sull’immigrazione?
Ritengo che anche la risorsa umana dovrebbe potersi muovere liberamente da un Paese all’altro, senza dover fare i conti con visti e permessi più o meno temporanei. Ma liberalizzare i movimenti è possibile solo se il mercato lavoro è regolato, il che ci permetterebbe di avere un’economia più aperta.
Invece i mercati del lavoro sono poco trasparenti. Esistono possibilità di reclutamento che rendono tutto opaco e fuori controllo. Per esempio nell’edilizia, come in molti altri settori, i datori di lavoro fanno aprire una partita iva al lavoratore invece di assumerlo, scaricando su di lui i rischi. Oppure, come avviene negli ospedali, non si assumono infermieri direttamente, ma si affida il lavoro a cooperative esterne. Sono sistemi legali, ma impiegati in modi impropri.
Il risultato è un mercato del lavoro non regolato e iniquo: persone che fanno lo stesso lavoro, si ritrovano a ricevere salari molto diversi. Per gli immigrati è tutto amplificato. Si tollerano percentuali di irregolarità e di lavoro grigio altissime. Quante sono le lavoratrici straniere, magari assunte, che denunciano 18 ore di lavoro mentre sono 50?
Qualsiasi meccanismo di regolazione dei flussi non può funzionare se prima non funziona il mercato del lavoro.