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Pensioni italiane, contribuenti stranieri

Spesso si sente ripetere: “Gli immigrati tolgono posti di lavoro agli italiani”. Mai: “Gli immigrati stanno pagando le nostre pensioni”. Ma, mentre il primo è un luogo comune, smentito dai fatti (quanti italiani ci sono che vogliano fare da badanti?), la seconda è una verità, nascosta. Lo dimostrano i dati contenuti nel terzo rapporto dell’Inps (l'istitutooo nazionale di previdenza) dal titolo “I lavoratori immigrati negli archivi previdenziali”, rielaborati dall’équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.

 

Il numero di lavoratori italiani negli ultimi dieci anni è rimasto più o meno lo stesso (circa 21,5 milioni), gli stranieri invece sono più che raddoppiati e, con loro, anche i contributi pagati all’Inps. Oggi più di due milioni di lavoratori stranieri versano parte del loro stipendio alla cassa di previdenza nazionale: 6,5 miliardi di euro nel 2008, il 4% di tutti i contributi previdenziali versati in Italia. La stessa cassa da cui si attinge per pagare le pensioni tanto agli immigrati quanto agli stranieri. Ma c’è un particolare: i lavoratori stranieri sono molto più giovani: 31 anni in media, rispetto ai 45 dei colleghi italiani. E, per legge, non possono ricevere la pensione o riscattare i contributi prima dei 65 anni di età. Di fatto quindi oggi gli immigrati stanno pagando le pensioni agli italiani che smettono di lavorare. 

 

Secondo i calcoli del Dossier Caritas/Migrantes nel 2015 ci saranno 241.000 pensionati stranieri, su 6 milioni di residenti in Italia: cioè 1 pensionato ogni 25 immigrati. I pensionati italiani già oggi sono 10 milioni e 750 mila, su 55 milioni di abitanti: 1 pensionato ogni 5 residenti.

 

Addiritturac’è chi sostiene, come Andrea Stuppini (rappresentante della Regione Emilia-Romagna nel Comitato tecnico nazionale sull’immigrazione), che l’Inps oggi abbia un bilancio positivo proprio grazie ai contributi degli immigrati. Dopo decenni di passivo, il bilancio dell’Inps ha cominciato ad essere positivo attorno agli anni 2000 e 2001, con un avanzo di due miliardi nel 2005 e di circa 6,9 miliardi nel 2007 e nel 2008. E il 2009, nonostante la crisi, dovrebbe terminare con un avanzo di 5,9 miliardi di euro. “Molte le cause che hanno portato a questi risultati: il recupero dell’evasione contributiva, l’aumento delle aliquote per alcune categorie, l’attivo del fondo dei lavoratori subordinati”, spiega Stuppini. “Ma su tutte l’apporto degli immigrati appare il fattore più rilevante”.



di Elisabetta Tramonto


di Daniele Cologna
ricercatore sociale dell'agenzia Codici

Quanto contribuisce un immigrato alla società italiana? E quanto riceve in cambio? L’Ismu, nel suo ultimo rapporto, ha provato a calcolare il “beneficio fiscale netto”: ovvero la differenza tra quanto un lavoratore straniero riceve dal sistema di welfare italiano e quanto vi contribuisce in termini di tasse e contributi. Risultato: un immigrato contribuisce alla società italiana per una cifra tre volte superiore a quanto potrà ricevere da essa. 

In realtà però secondo me il problema è mal posto: bisognerebbe spostare l’attenzione sulla persona umana e sul suo valore per la vita collettiva. Esser nati in un luogo piuttosto che in un altro non è un merito, ma solo un’opportunità. C’è poi da considerare un altro aspetto: gli immigrati pagano le tasse che servono per alimentare il sistema sanitario nazionale, di cui loro stessi possono beneficiare. Ma, in realtà, raramente accedono a questo sistema quanto un italiano. È provato che gli stranieri in Italia usufruiscono in misura inferiore alle loro necessità dei servizi sanitari e assistenziali: gravidanze precoci, tossicodipendenze, alcolismo e altre criticità socio-sanitarie sono prese in carico solo in parte. È un problema linguistico, ma anche sociale e culturale. Di fatto  l’immigrato fa ancora fronte a buona parte dei suoi bisogni socio-sanitari più critici con risorse proprie, senza gravare sul bilancio pubblico.