banner-permicro
In Primo Piano Editoriale Reportage News Rubriche MediaCenter Sondaggi Eventi Archivio Contatti Free Press
costume
e società
Share |
Immigrati di tutta Italia, unitevi!

Sono arrivati col treno da Como come da Verona, da Torino come da Salerno o Rovigo, ma se si guarda il loro passaporto si leggerà: Congo, Colombia, Filippine, Afghanistan, Sri Lanka. Sono autisti, operai, assistenti sociali, manovali, studenti, disoccupati. Qualcuno in tuta o in jeans, ma molti anche in giacca e cravatta, perché l’occasione ha in sé qualcosa di solenne.

 

Sono i circa duecento delegati provenienti da quasi tutte le regioni italiane che, lo scorso finesettimana a Roma, hanno preso parte al Primo Congresso Nazionale del Comitato Immigrati. Un avvenimento che segna un punto di svolta importante: gli stranieri in Italia si auto-organizzano, sono pronti a costituirsi interlocutori delle istituzioni e a portare nella società italiana il loro punto di vista sui temi caldi dell'agenda politica, ovvero casa, sanità, lavoro, pensioni, cittadinanza, istruzione. Di questo - tra confronti, scontri, risate e sandwich - hanno discusso per due giorni, redigendo un documento finale che costituisce la piattaforma ufficiale del Comitato Immigrati, organizzazione nata nel 2002.

 

La data scelta per riunirsi non è casuale: il 24 e 25 aprile, a cavallo di un giorno che 65 anni fa rappresentò la liberazione dell’Italia dal fascismo, mentre oggi rappresenta “la liberazione degli immigrati dalla prigione del silenzio e della marginalità sociale", come sottolinea Edgar Galliano, focoso ecuadoregno e punto di riferimento capitolino nella lotta per l’integrazione. La prima costituisce una battaglia che fa parte della storia, la seconda il simbolo di una storia già iniziata ma ancora tutta da costruire. “Dobbiamo iniziare a lavorare dal basso per creare sempre più consapevolezza e inserirci come parte integrante nel dibattito politico sui temi dell’immigrazione, senza delegare a nessuno”, spiega Bachu, presidente bengalese dell’associazione Dhuumcatu, “parleremo con i politici, ma non ci faremo imbrigliare nei partiti. Questa organizzazione nasce e resta autonoma”, aggiunge. Diventare protagonisti attivi per raggiungere obiettivi concreti: questo il compito dei nuovi delegati, trentaquattro in tutto, senza presidenti né segretari, che si occuperanno di traghettare la neo-nata organizzazione durante un anno che servirà a radicarla sul territorio, prendere contatto con le realtà locali, costruire una rete.

 

Dalla prima grande manifestazione nazionale dello scorso 17 ottobre allo sciopero del 1 marzo, fino all’elezione dei rappresentanti da parte del Primo Congresso, il Comitato di strada ne ha fatta tanta. L’entusiasmo e l’orgoglio di esser tra i presenti in un momento simbolicamente così importante non ha fatto mancare momenti di tensione durante la lettura dei documenti redatti dalle commissioni. Problema di tempi sostanzialmente: il giorno dopo si lavora, non ci sono jet privati e il treno non aspetta i delegati che devono tornare a casa.

 

Colori diversi, diverse religioni, etnie, lingue e nazionalità ma tutti uniti per chiedere che, accanto alle responsabilità ci siano anche diritti, in virtù del peso sempre maggiore che la componente immigrata riveste nell’economia del Belpaese: più di quattro milioni di persone producono oltre il 9% del Pil; come a dire che il 6,5% della popolazione produce il 10 % della ricchezza della nostra nazione. Un dato importante che fa capire come ora siano maturi i tempi per la concessione del diritto di voto agli stranieri residenti. “Le Consulte e dei consiglieri aggiunti sono alternative morbide al diritto di voto”, spiega il peruviano Roberto Montoya uno dei delegati eletti, “ma non funzionano più, sono figure non più adatte ai tempi, visto che non hanno diritto di voto e sono sostanzialmente senza poteri”. Insomma le basi sono state poste ma il lavoro da fare non manca. Valige in mano e appunti in borsa, i partecipanti sono ripartiti. L'appuntamento è al prossimo anno per tracciare un primo bilancio.

 

Guarda il video

di Livia Parisi

Le richieste

Un grido di rivolta degli immigrati, sempre più intenzionati a trasformarsi da "assistiti" a "protagonisti". La due giorni romana è servita per dare un segnale simbolico forte e per organizzare il lavoro  futuro. Ma cosa chiedono di preciso? Molte rivendicazioni sono in comune con quelle del Comitato 1 marzo, passato alla storia per aver mobilitato migliaia di stranieri e italiani. “In primo luogo il permesso di soggiorno slegato dal contratto di lavoro, la chiusura dei Cie, il rispetto del diritto di tutti i bambini all’istruzione”,  spiega Bridget Yorgure, nigeriana residente a Rovigo, dove lavora come assistente sociale, “ma anche la non ammissibilità dei decreti espulsivi per donne in gravidanza, la regolarizzazione per chi denuncia il lavoro nero e per le migliaia di vittime delle truffe sul permesso di soggiorno”. E ancora abolizione del reato di immigrazione clandestina e della tassa sul rinnovo di soggiorno. Occhi puntati poi anche sulla G2: per i figli di immigrati, ragazzi nati in Italia o che qui hanno vissuto per quasi tutta la loro vita, il Congresso ha ribadito la richiesta della cittadinanza italiana. “Io non la chiamerei seconda generazione", commenta Miriam Jaramillo, collaboratrice domestica colombiana da 15 anni in Italia, "piuttosto li chiamerei italiani senza diritti. Perché questo sono i nostri figli: persone di fatto prive del diritto di voto o di accesso a un qualsiasi tipo di concorso pubblico”. E questa discriminazione si riflette naturalmente nel lavoro e nel welfare. “Siamo fortemente penalizzati dalla riforma delle pensioni”, spiega Aboubakar Soumahoro , operaio originario dalla Costa d’Avorio, che vive a Torino, “in base all’ordinamento attuale, se un lavoratore del Congo o del Camerun dopo otto anni di lavoro in Italia e un versamento regolare dei contributi, decidesse di tornarsene nel suo paese natale, non avrebbe mai diritto alla sua pensione. È una  rapina nei nostri confronti”. Proprio così, qualora qualcuno decidesse di tornare a casa, non avrebbe diritto di chiedere il frutto di tanti anni di sacrifici. “Ecco perché”, conclude Soumahoro,  “chiediamo al Governo la mobilità delle nostre pensioni e agli stranieri di scendere in piazza per questo, il prossimo  1° maggio”.

 

Jean Claude Mbede

La Lega rilancia: basta insegne multietniche, tutti i negozi degli stranieri dovranno recare la scritta in italiano, meglio: in dialetto. A Grumello Cremonese uno zelante imprenditore turco sostituisce "Doner Kebab" con "El buffet imbutid de carne". Chissà se a Milano sarà ancora trendy andare a mangiare "El pèssett de pèss fresc" invece del sushi.

 

 

PIANO INTEGRAZIONE. LO STANNO PREPRANDO SIA IL COMUNE DI MILANO SIA IL GOVERNO ITALIANO. TENETEVI FORTI! VOI CHE COSA VORRESTE TROVARCI?

 

Soliman 91 - Voglio potermi regolarizzare anche se sto studiando. Ora invece, da quando ho 18 anni, sono diventato clandestino. Vi pare giusto?

 

Carmen - Vorrei che ritornassero gli insegnanti di sostegno nelle scuole per aiutare i bambini stranieri con l'italiano. Il mio primo bambino ha avuto questa opportunità, la seconda no. 

 

Faruk - Sono in Italia da 8 anni. Lavoro e pago le tasse come tutti ma non posso votare neppure alle elezioni amministrative. L'anno prossimo vorrei poter votare anch'io per il sindaco di Milano. Sarà mai possibile?

 

 

 

Per la prossima settimana:

 

ITALIANO OBBLIGATORIO PER CHI VUOLE APRIRE UN'ATTIVITA' COMMERCIALE. LA PROPOSTA È DELLA LEGA CHE PRETENDE PURE INSEGNE SOLO IN LINGUA ITALIANA O ADDIRITTURA IN DIALETTO. TU CHE COSA NE PENSI?

 

Scrivi la tua risposta a redazione@mixamag.it