È un articolo di grande attualità questo, soprattutto ora che con più insistenza si ragiona su una riforma federale dello Stato. La Costituzione mette subito le cose in chiaro: la Repubblica è una e indivisibile. Non c'è quindi spazio per alcuna secessione o decisione di una popolazione di aderire a un altro Stato né di fondarne uno nuovo. Questo concetto non va confuso, come spesso avviene, con il diritto di autodeterminazione dei popoli, che in pratica garantisce a popolazioni sottoposte a dominazione straniera di ottenere l'indipendenza, associarsi a un altro Stato o comunque di poter scegliere autonomamente il proprio assetto politico. Il principio è stato utile a favorire la decolonizzazione, perché ha permesso agli Stati dominati da forze straniere di svincolarsi e di scegliere la propria Costituzione e forma di governo, con il sostegno del diritto internazionale. È evidente come questo diritto, spesso evocato da movimenti autonomisti italiani, non possa in alcun modo essere utilizzato nel nostro Paese. Messa questa fondamentale premessa per togliere ogni dubbio, la Repubblica non solo riconosce, ma promuove, le autonomie locali, cioè Regioni ordinarie e speciali (Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle d'Aosta), province ordinarie e autonome (Trento e Bolzano) e le città metropolitane (introdotte con la riforma del 2007 e non ancora disciplinate). Lo Stato centrale, rinunciando ad alcune prerogative, concede ad esempio alle Regioni il potere di emanare leggi in tutti gli ambiti non espressamente riservati al Parlamento italiano (elencati nell'articolo 117 della Costituzione e che quindi affronteremo più avanti). L'articolo 5 non riconosce solo gli enti locali e le loro prerogative ma attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo. Vale a dire che il principio è valido anche per l'organizzazione della enorme macchina della Pubblica Amministrazione, che in effetti ha sedi e uffici in tutti i territori della Repubblica. Basti pensare alle Prefetture, alle Agenzie delle Entrate, ai Provveditorati e così via. Non solo: punto fondamentale, lo Stato adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento. Cioè il Parlamento nell'emanare le leggi deve tenere assolutamente conto delle diverse esigenze locali.
È il giorno più importante della storia recente d'Italia: i partigiani liberano Milano dall'occupazione nazi-fascista. La popolazione civile insorge e molte città del Nord Italia vengono liberate prima dell'arrivo delle truppe degli Alleati anglo-americani. A Torino l'insurrezione è preceduta il 18 dallo sciopero generale che di fatto bloccò tutte le sue attivita produttive. Il 25 molti abitanti insieme ai partigiani, scesi dalle montagne, entrano in azione, spalleggiati dagli operai, che occuparono le fabbriche dopo averle difese dagli attacchi dei tedeschi. Quest'anno ricorre il 65esimo anniversario.

È un personaggio che è addirittura entrato nel linguaggio comune del nostro Paese: essere un Masaniello o fare il Masaniello viene detto a chi incita la folla con argomenti pieni di demagogia e populismo. Il suo vero nome è Tommaso Aniello d'Amalfi, ed è nato a Napoli il 29 giugno del 1620. La sua vita si mescola con la leggenda e il mito della città partenopea. È balzato agli onori della storia come capopopolo della Rivolta di Napoli, esplosa dal 7 al 16 luglio 1647, contro una nuova tassa sulla frutta voluta dal viceré spagnolo Rodrigo Ponce de Leòn. I fatti hanno inizio in realtà all'inizio di giugno quando Masaniello fu incaricato di addestrare un gruppo di giovani lazzari, ragazzi del ceto popolare napoletano, a fare la parte dell'esercito degli infedeli (Alardi) nella festa della madonna del Carmine che si sarebbe fatta di li a pochi giorni. Personaggio chiave nella vicenda di Masaniello è Giulio Genoino, considerato un agitatore politico. La rivolta funziona: Masaniello riesce ad infiammare la popolazione e insieme andarono fino alla reggia. Il viceré si rifugia in un convento. Spaventato concede molto al popolo e cerca di comprarsi, spesso riuscendoci, le persone vicine a Masaniello. La Rivoluzione ha trionfato, ma lui non si accontenta. Vuole sempre di più. Comincia a cambiare vita, vive in modo dissipato. Inizia ad essere pericoloso. Bisogna ucciderlo. Contro di lui trama anche il suo mentore, Genoino. La tradizione vuole che a farlo impazzire sia stata la Roserpina, un potente allucinogeno usato dagli spagnoli, versato nel vino di Masaniello nelle regali cene che gli venivano offerte. È più credibile che sia stato il repentino cambiamento della sua condizione di vita, da pescivendolo a comandante, a fargli prendere decisioni sciagurate. Le più celebri sono state il lancio del coltello tra la folla, lo scioccante progetto di trasformare piazza del Mercato in un porto e di costruire un ponte per collegare Napoli alla Spagna. Le numerose esecuzioni capitali ordinate spinsero i napoletani a credere alle voci messe in giro da Genoino che volevano Masaniello impazzito. Il 16 luglio l'epilogo. Il capopopolo tenta invano di convincere la gente di Napoli di non essere matto. Scende in strada e grida la celebre frase: "Tu ti ricordi, popolo mio, com'eri ridotto" e si rifugia nella Basilica del Carmine durante la celebrazione della Messa. Incarcerato nelle celle del convento viene tradito e ucciso da un amico corrotto che gli chiede di aprire la porta.