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La giunta Militare al potere in Myanmar esclude la possibilità che il premio Nobel per la pace e leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi possa partecipare alle elezioni generali previste entro quest'anno. Il divieto è previsto nel pacchetto di leggi approvate per permettere lo svolgimento del primo appuntamento con il voto degli ultimi vent'anni. Nessuna data è stata al momento decisa, ma nel 2008 la Giunta Militare annunciò l'appuntamento elettorale nel 2010 come parte della road map verso la democrazia. L'esclusione non è ad personam, fanno notare le autorità di Rangoon: semplicemente non può candidarsi chi è stato condannato da un tribunale birmano. E Aung San Suu Kyi ha passato 14 degli ultimi 20 anni della sua vita agli arresti. Anche ora si trova rinchiusa nella sua casa e lo sarà almeno fino a novembre. Il problema ora è capire se il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, potrà partecipare o meno alle elezioni. Per farlo dovrà espellere il premio Nobel e riconoscere la Costituzione del 2008, Costituzione che assicura privilegi enormi all'esercito, tanto da rendere praticamente vano il ricorso al voto. In qualsiasi caso almeno il 25% dei posti in Parlamento andrà ai militari. A loro verranno assegnati i ministeri chiave. Il Capo di Stato Maggiore potrà dichiarare lo stato d'emergenza senza l'approvazione del governo. Insomma la Giunta rimarrebbe di fatto la guida del Myanmar anche in caso di pesante sconfitta elettorale. Anche se in astratto potesse partecipare Aung San Suu Kyi al voto e ottenesse la stragrande maggioranza delle preferenze, non cambierebbe nulla nel Paese. Le redini del potere rimarrebbero salde nelle mani dei militari.
Questa delle elezioni è solo una mossa della Giunta per consolidare e legittimare il proprio dominio. Già nel 1990 la Lega Nazionale per la Democrazia guidata dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi vinse con quasi il 60% delle preferenze, ma l'esercito si rifiutò di lasciare la guida del Paese.
La nuova Carta Costituzionale è stata approvata da un referendum che si è tenuto pochi giorni dopo che il ciclone Nargis aveva sconvolto il Myanmar, uccidendo 138 mila persone. Gli organi di stampa ufficiale in quell'occasione avevano parlato di una massiccia partecipazione alla consultazione elettorale. Insomma un successo. Secondo i pochissimi osservatori internazionali presenti, molte schede erano già state contrassegnate con il 'sì' e la paura di ritorsioni da parte dei militari ha frenato qualsiasi reclamo. Moltissime le irregolarità denunciate: in alcuni seggi mancavano le penne, in altri venivano restituiti i documenti solo a coloro che dimostravano di aver dato un voto positivo al referendum.
Il pacchetto di leggi appena approvato assegna un grande potere alla Commissione Elettorale, i cui membri saranno scelti - neanche a dirlo - dai militari. Decideranno chi ha il diritto di voto, chi può essere eletto e verificheranno che i partiti siano aderenti ai principi della Costituzione. Di più. Sarà la Commissione a decidere di posticipare o annullare le elezioni in quelle zone dove il voto non potrà essere libero e corretto a causa di problemi ambientali o di sicurezza.
Ora piovono proteste internazionali sulla Giunta Militare, proteste che nel tempo mai hanno scalfito il regime. Solo qualche settimana fa la Corte Suprema del Myanmar aveva rigettato un ricorso presentato da Aung San Suu Kyi contro la sua detenzione. La premio Nobel a pochi giorni dal suo rilascio fu condannata nell'agosto dell'anno scorso ad altri 18 mesi di arresti domiciliari, dopo che nel lago della sua villa fu trovato un mormone americano che voleva parlarle. Gli osservatori internazionali non hanno mai creduto alla versione del regime e hanno spesso sostenuto come tutto fosse un pretesto creato perché la San Suu Kyi è troppo pericolosa da donna libera. All'inizio era stata condannata addirittura a tre anni ai lavori forzati, poi commutati in 18 mesi di arresti domiciliari dalla clemenza del Capo dei Militari, il Generale Than Shwe.
Negli scorsi giorni c'è stato un vero e proprio giro di vite contro gli attivisti politici nel Paese. E' vero pero che il regime ha da poco liberato il numero 2 della Lega Nazionale per la Democrazia, l'82enne Tin Oo, dopo quasi sette anni di carcere. Propio Oo ha voluto lanciare un messaggio di speranza, raccontando che potrebbe ripetersi quello che è successo nel 1995, quando lui fu rilasciato poche settimane prima che fosse liberata anche Aung San Suu Kyi. A gennaio il ministro dell'Interno aveva annunciato che Tin Oo sarebbe stato libero a febbraio come poi è accaduto e che la premio Nobel sarà libera da novembre. Ma fino a quel momento, neanche un miracolo puo salvare il Myanmar.
di francesco bianco
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Migliaia di rifugiati birmani ridotti alla fame in Bangladesh. È l'allarme lanciato dall'ong Human Rights attraverso i suoi medici, che spiegano come il governo stia impedendo di portare le cure adeguate alla minoranza musulmana dei Rohingya, in fuga dalle persecuzioni della Giunta Militare al potere in Myanmar. Identica accusa era stata fatta il mese scorso anche da Medici Senza Frontiere.
Human Rights sostiene che il governo del Bangladesh operi arresti indiscriminati, espulsioni illegali e internamenti forzati per i Rohingya, mentre i militari si stanno preparando alle prime elezioni da vent'anni a questa parte. I campi profughi dove sono stipate 200 mila persone vengono descritte come carceri a cielo aperto. Se gli aiuti tardassero ad arrivare, il rischio è che muoiano tutti di fame e di sete.
Il Bangladesh da parte sua si difende, sostenendo che i ritardi nell'approvigionamento dei viveri ai rifugiati è dovuto al fatto che l'esercito deve controllare se gli aiuti siano legali o provengano da gruppi terroristi. Il governo rimanda le accuse al mittente: "Siamo un piccolo Paese molto povero - fanno sapere - eppure ci prendiamo cura di loro. Dove sono i bravi occidentali?"
Intanto è stata espulsa la ong Islamic Relief Worldwide qualche settimana fa perché le autorità del Bangladesh non permettevano loro di lavorare. I Rohingyas sono musulmani e provengono dal nord ovest del Myanmar. Parlano un dialetto del Bengali. Sono tra le popolazioni più perseguitate del mondo. La Giunta Militare birmana non riconosce loro lo status di cittadini e rifiuta di accoglierli. Non possono viaggiare né sposarsi senza un permesso dai soldati.
