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Non solo il settore delle telecomunicazioni: ora i cinesi in Africa puntano dritti dritti alle terre. Sono almeno 800 mila quelli che vivono e lavorano nel continente: possiedono 2 milioni di ettari di terreno, controllano il mercato del rame in Zambia, il commercio di petrolio in Sudan e Angola, quello del legname in Mozambico. A dirlo ai ricercatori del dossier Caritas/Migrantes, l’economista Roberto Bisogno, a lungo analista dell’Istituto studi e analisi economiche (Isae). Il colonialismo in Africa, insomma, sembra non essere finito: sempre più dilagante il fenomeno del 'land grabbing' ossia l’accaparramento da parte di stranieri di terreni, miniere e risorse energetiche, sempre più spesso attraverso accordi segreti stipulati con i governi locali. I cinesi la fanno da padrone e, come già spiegato per le telecomunicazioni, la bilancia commerciale è ad altissimo rischio corruzione. L’Africa esporta materie prime in cambio di prodotti industriali: cede insomma a Unione europea, Stati Uniti e Paesi asiatici minerali e petrolio. Spesso però senza trarne benefici. Con l’80% della produzione mondiale di diamanti, il 70% di cobalto e il 50% d’oro, se le popolazioni locali sfruttassero a dovere le risorse minerarie, moltissime aree del continente potrebbero uscire dalla povertà, dalla fame, dal sottosviluppo. “Ma la proprietà dei maggiori e più redditizi giacimenti – ha spiegato Bisogno – è in prevalenza controllata da società straniere”. 

di CS

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