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Ha fatto presto, il Myanmar, a tornare nell’oblio mediatico: troppo poco è durata l’indignazione del mondo occidentale per le proteste di piazza, represse nella violenza, scoppiate nel 2007 e guidate dai monaci buddisti che – con il loro sacrificio e quello dei loro templi – cercavano di produrre una svolta democratica nel paese. Un sacrificio servito a poco se si considera che oggi, a tre anni di distanza, Amnesty International torna a denunciare le violenze della dittatura militare al governo e chiede la fine della repressione contro le minoranze etniche. L’appello si fonda su un rapporto di 58 pagine che contiene le testimonianze raccolte a partire dal 2007 di circa 700 persone che rappresentano le 7 principali minoranze del paese. Un periodo durante il quale gli attivisti sono stati sorvegliati, minacciati, discriminati e, nei casi peggiori, anche arrestati, imprigionati, torturati e uccisi. Secondo Amnesty sono proprio le minoranze etniche a svolgere nel paese il ruolo di oppositori politici ed è proprio per questo che il governo reagisce in modo duro. Le punizioni scattano non solo se si prende parte a un più ampio movimento di protesta, ma anche in caso di banale dissenso politico. Nel rapporto si racconta ad esempio di un gruppo di giovani, colpevoli di aver fatto navigare in un fiume alcune barchette con la scritta “no alla bozza di costituzione” e per questo arrestati. Sono più di 2.100 i prigionieri politici rinchiusi nelle prigioni del Myanmar, in condizioni al limite della sopportazione umana. Per questo, e anche in vista delle imminenti elezioni, Amnesty International ha chiesto al governo del paese “di abolire tutte le limitazioni alla libertà di associazione, riunione e religione, di rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti i prigionieri di coscienza e consentire ai mezzi d'informazione indipendenti di seguire liberamente lo svolgimento della campagna e del processo elettorale”.
di CS
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