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Escalation di tensione tra i due giganti mondiali. Commercio, internet, Dalai Lama e Taiwan: Usa e Cina litigano su tutto, ma le loro economie dipendono l'una dall'altra

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Prove vere di nuova Guerra Fredda o scaramucce per l'egemonia? Le tensioni, perlomeno quelle verbali, tra Cina e Stati Uniti stanno vivendo una accelerazione che non si vedeva da anni.
La reazione più energica di Pechino è seguita all'annuncio del Pentagono di vendere armi per 6,4 miliardi di dollari a Taiwan, che per la Cina è una provincia ribelle e quindi un 'affare interno' (vedi box). Il pacchetto militare in effetti è sostanzioso: si parla di 114 missili Patriot e 12 Harpoon, 60 elicotteri Black Hawn, 2 cacciatorpediniere oltre ad equipaggiamento per le comunicazioni. Pechino ruggisce e annuncia la richiesta ufficiale di annullare la vendita, la sospensione degli scambi e dei rapporti militari con gli Usa, il congelamento di negoziati ad alto livello sulla sicurezza e l'imposizione di sanzioni commerciali alle aziende americane che venderanno armi a Taiwan. Minacce che arrivono dopo le liti sull'incontro a fine febbraio tra il presidente americano Barack Obama e il Dalai Lama, leader del Tibet, e le polemiche del segretario di Stato Hillary Clinton sulla censura a internet.

 

E proprio quella che viene definita la Guerra Fredda digitale rischia di appesantire il clima. Il gigante del web Google ha deciso di collaborare con i servizi segreti americani per proteggere il motore di ricerca più potente del pianeta dagli attacchi degli hacker cinesi, che mettono a rischio la privacy e i computer di tutti. Google sostiene di avere le prove di svariati tentativi di violazione del suo sistema di email ai danni di attivisti di movimenti a difesa dei diritti umani. Il problema internet per Pechino è sempre stato centrale. Sono ormai 384 milioni gli internauti cinesi, 180 milioni i blog quasi 4 milioni i siti intenet. Nel mirino della censura anche i social network come Facebook e Twitter. L'intenzione rivelata della Cina è quella di guidare l'opinione pubblica. Con internet è impossibile. 

 

Sullo sfondo la questione del nucleare iraniano. Sembra questa la vera partita diplomatica tra i due giganti. Gli Stati Uniti temono che la Cina si metta contro le nuovi sanzioni previste per Teheran, rendendo inutile una risoluzione delle Nazioni Unite per fermare l'arricchimento dell'uranio da parte del regime degli Ayatollah.
Aldilà di tutto i due Paesi restano però legati a doppio filo tra loro. I due più grandi sistemi economici del pianeta risultano intrecciati a tal punto che sembrano da escludersi significative inversioni di rotta da parte dell’una o dell’altra superpotenza. Dipendono troppo l'una dall'altra.
Gli Stati Uniti hanno un enorme deficit commerciale con la Cina. Secondo gli ultimi dati disponibili le esportazioni di Washington verso Pechino ammontano a 5.800 milioni di dollari, mentre sulla rotta inversa ci si avvicina moltissimo ai 28.000 milioni. Il mercato statunitense è la principale destinazione dell'export cinese e Pechino sostiene di fatto l'enorme debito pubblico statunitense, investendovi gran parte delle proprie riserve accumulate grazie alla strabiliante crescita economica dovuta proprio alle esportazioni.

 

In Cina sono però preoccupati dalla possibilita di un nuovo e ulteriore allargamento del deficit, che potrebbe portare a una svalutazione del dollaro, con gravissime ripercussioni sul valore dei titoli del Tesoro americano in mano ai cinesi, che potrebbero decidere un freno degli investimenti del Paese asiatico con conseguenze drammatiche sulla crisi finanziaria. Insomma in un certo senso è la Cina a mantenere gli Stati Uniti. E com'è noto si augura sempre lunga vita a chi ti deve molti soldi.

di Francesco Bianco

{ 5 Commenti }

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Antonio ha scritto:
2010-02-06 16:51:25
Pazzesco come tutti siano collegati a tutto. Del resto business is business.
Marco ha scritto:
2010-02-06 17:12:47
Google che collabora con la CIA?? Cos'è le spie cinesi sono brutte, sporche e cattive, mentre quelle americane buone?
Davide ha scritto:
2010-02-06 18:29:37
Finalmente qualcuno che ci spiega come va il mondo... va a rotoli...
Daniela ha scritto:
2010-02-06 19:00:07
Fa male sapere queste cose. Scoprire che la Cina tiene gli Stati Uniti dal bavero è terribile. E io che avevo tanto sperato che con Obama le cose cambiassero...
Giancarlo ha scritto:
2010-02-07 15:11:23
Sempre la solita solfa. Comandano le multinazionali e i soldi. Questo mondo fa schifo. E non so quanto faccia stare meglio conoscerlo di più. Forse è questo il senso del detto ''Beata ignoranza''
Il problema Taiwan

Giovanni Andornino è docente di relazioni internazionali dell'Asia Orientale ed è esperto di Cina contemporanea.



Qual è lo scenario futuro tra Cina e Taiwan?



Dopo anni di relazioni tese tra Pechino e Taipei, la Presidenza di Ma Ying-jeou iniziata nel 2008 ha segnato un notevole miglioramento delle relazioni, a partire dal campo economico. Rimangono naturalmente gli ostacoli politici a una risoluzione definitiva della situazione nello Stretto. Non è pensabile che la popolazione di Taiwan, dove esistono (pur con significative problematiche) istituzioni democratiche sia disposta ad accettare un rientro sotto la sovranità di Pechino. Recenti avvenimenti come la dura condanna inflitta al critico letterario e attivista Liu Xiaobo - 11 anni per incitamento alla sovversione dello Stato per aver firmato una petizione conosciuta come Charter '08 - danno la misura del golfo che separa Cina e Taiwan in tema di diritti civili e politici. D'altra parte non è prevedibile un ricorso alla forza da parte di Pechino. La recente richiesta di autorizzazione da parte del Pentagono per la vendita di armamenti a Taipei in realtà è un fattore di stabilità nell'area, perché mostra il continuato commitment USA nella regione. Ciò attenua il dilemma della sicurezza in Asia orientale: se Washington si ritraesse, Paesi come Giappone, Corea del Sud e altri reagirebbero verosimilmente con una presa in carico maggiormente autonoma della propria sicurezza, generando una corsa agli armamenti che metterebbe a repentaglio l'equilibrio regionale. Naturalmente questa è una lettura che Pechino non ammetterà mai pubblicamente: non può permettersi di apparire "soft" nel momento in cui gli USA continuano ad assistere quella che essi ritengono una provincia ribelle.



Sono credibili le minacce di rappresaglia della Cina?



Forse quelle di rappresaglia commerciale. Sarà interessante vedere fino a che punto si spingeranno: i costi politici e potenzialmente economici (visto che la Cina è membro dell'Organizzazione Mondiale del Commercio) di una rappresaglia commerciale verosimilmente sarebbero alti. Senza parlare dell'aspetto promozionale: non è una fase di particolare calore nei rapporti Cina-Europa e anche con gli Stati Uniti da fine dicembre assistiamo a un raffreddamento delle temperature. Una sfida commerciale, in aggiunta al tema sempre attuale dello Yuan non sufficientemente apprezzato rispetto a dollaro ed euro, produrrebbe una pubblicità molto negativa in Occidente per Pechino.

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