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Dopo il muro contro muro sulla legge che prevede la pianificazione familiare, la Chiesa cattolica cerca il confronto con il presidente Benigno Aquino III
Dopo il pugno duro, ora la Chiesa cattolica filippina tende il ramoscello d'ulivo. I vescovi si dicono pronti al dialogo sulla controversa legge di salute riproduttiva, che intende introdurre una più serrata pianificazione familiare nel Paese. Solo qualche giorno fa il numero uno della Conferenza episcopale, monsignor Nereo Odchimar, ha incontrato la più importante organizzazione di medici, la Philippine Medical Association. Obiettivo dell'appuntamento discutere anche con i laici, in modo da capire quali siano le questioni che potranno essere oggetto di discussione con il governo e con i promotori della legge.
Insomma nelle intenzioni dei vescovi, "aggiungere" argomenti scientifici e giuridici, alla linea morale. La Chiesa, prima di agire, vuole valutare anche gli aspetti giuridici, economici, demografici e medici trattati all’interno della legge di salute riproduttiva.
E' dal 2006 che nel Paese si discute sulla Reproductive Health: la legge non prevede l’aborto, ma mira a promuovere un programma di pianificazione familiare, che spinge le coppie a non avere più di due figli, favorendo la sterilizzazione volontaria. Nella norma anche sanzioni contro il personale medico che sia contrario a questa decisone. Insomma non è prevista l'obiezione di coscienza. Il neo presidente Benigno Aquino III, eletto lo scorso giugno, è un grande sostenitore di questa riforma e sta spingendo molto per la sua approvazione. Il controllo delle nascite non sarebbe più rimandabile, per l'alto tasso di nascite: le Filippine, con una superficie praticamente identica a quella dell'Italia, hanno ormai 100 milioni di abitanti, contro i 60, ad esempio, del Bel Paese. Il mondo cattolico - l'81% dei filippini è fedele alla chiesa di Roma - sostiene al contrario il Natural Family Programme, che ha come scopo la diffusione tra la popolazione di una cultura di responsabilità e amore attraverso i valori cristiani.
All'inizio la Chiesa filippina aveva mostrato i muscoli contro la legge di salute riproduttiva. Il cardinale Ricardo Vidal, arcivescovo di Cebu, aveva utilizzato addirittura Youtube, per invitare tutti i cattolici del mondo a recitare un rosario a sostegno della vita e della famiglia. L’obiettivo è raccogliere oltre un milione di preghiere, da inviare via mail e attraverso la posta, per spingere il parlamento a ripensare la proposta di legge. La campagna - chiamata Rosary Christ Crusade (la Crociata dei Rosari, ndr) - durerà fino al 16 gennaio prossimo. L'iniziativa aveva ricevuto anche il plauso di Benedetto XVI. Il papa aveva sottolineato che "pur distinta dal potere politico, la Chiesa deve far sentire la sua voce quando lo richiedano i diritti fondamentali della persona o la salvezza delle anime”.
Molti settori del mondo cattolico, però, avevano manifestato preoccupazione per il braccio di ferro portato avanti contro il presidente Benigno Aquino III, soprattutto dopo che l'apertura del governo, che di recente si è detto disposto a eliminare quelle parti considerate a favore dell’aborto. In questi mesi il dibattito ha rischiato di trasformarsi in un vero e proprio scontro frontale assolutamente contro producente, perché il Parlamento potrebbe approvare la legge lo stesso senza tenere conto del parere contrario di gran parte della popolazione cattolica.
Per la maggior parte dei media filippini, il coinvolgimento del mondo della scienza nella discussione, serve invece proprio per potere riallacciare il dialogo. Il loro presidente, Oscar Tinio, ha spiegato che i medici sono i principali interlocutori per le questioni che riguardano le leggi di pianificazione delle nascite e che, di conseguenza, devono essere coinvolti in tutte le discussioni che riguardano questi problemi. E potrebbero essere degli alleati laici e fondamentali nella battaglia dei vescovi, visto che le posizioni sono coincidenti.
di Francesco Bianco (16 dicembre 2010)
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Il numero degli aborti sono praticamente identici nei Paesi dove l’interruzione di gravidanza è consentita dalla legge da quelli dove invece è considerata illegale. Lo sostiene uno studio realizzato dall'Organizzazione mondiale della sanità insieme al Guttmacher Institute di New York. Secondo la ricerca quindi la proibizione influenza scarsamente la scelta delle donne. Ma una grande differenza c'è: l'aborto risulta sicuro nei Paesi dove è legale, mentre è molto pericoloso. Secondo l’OMS e il Guttmacher Institute, circa 20 milioni di aborti “insicuri” sarebbero praticati ogni anno e 67.000 donne sarebbero decedute in seguito a complicazioni durante questi aborti, la maggior parte in Paesi dove l’interruzione volontaria di gravidanza non è consentita dalla legge. Ad esempio in Uganda, dove l’aborto è illegale e i programmi di educazione sessuale prevedono unicamente l’astinenza, i tassi di abortività stimati sono di 54 ogni mille donne, vale a dire più del doppio degli USA, dove i numeri si assestano su 21 aborti ogni 1000 gravidanze. I tassi più bassi – 12 ogni 1000 gravidanze – sono registrati in Europa Occidentale, dove l’aborto è legale e la contraccezione ampiamente diffusa. I gruppi antiabortisti hanno criticato la ricerca, dichiarando che gli scenziati sono saltati a delle conclusioni errate partendo da conteggi imperfetti, spesso facendo uso di stime per i tassi di abortività nei Paesi dove la pratica è considerata illegale.
