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Sessanta anni fa, nel mese di ottobre del 1950, l'esercito popolare cinese attraversava il fiume Jangtse, dando così inizio a quella che nove anni dopo si sarebbe trasformata nell'occupazione del Tibet. A sessant'anni da quell'evento nulla è cambiato: l'attuale condizione del popolo delle nevi in Tibet è drammatica, mentre Pechino ribadisce i propri diritti sulla regione annessa militarmente e in violazione del diritto dei popoli. La situazione dei diritti umani peggiora e aumentano le proteste della popolazione. All’ombra dei colossi himalayani il Tibet è una delle regioni più tormentate e violentate del pianeta.
Sessant’anni di grida inascoltate del popolo tibetano, che da decenni subisce violenze, sofferenze che hanno provocato un genocidio silenzioso, consumato lontano dai mezzi di comunicazione. Solo nella parte orientale dalla primavera del 2008 ad oggi ci sono state oltre 260 proteste pubbliche a dimostrazione del fatto che i tibetani non si sono ancora arresi all'occupazione cinese. Negli ultimi vent'anni è notevolmente aumentata la quantità delle manifestazioni, ma ne sono cambiati i protagonisti: se negli anni '90 erano soprattutto monache e monaci buddisti ad accettare il rischio dell'arresto con tutte le conseguenze, oggi anche scrittori, intellettuali, registi, contadini, nomadi, cantanti, blogger, commercianti e insegnanti partecipano ai cortei. L'ampio spettro di persone che manifesta correndo il rischio di essere arrestati e condannati a oltre cinque anni di carcere è un importante indice del malcontento tra la popolazione.
Particolare attenzione merita anche il fatto che molte delle proteste si svolgono in antiche zone di insediamento tibetano che oggi fanno parte di province cinesi e si trovano al di fuori della "Regione Autonoma del Tibet". Infatti, solo il 18% dei prigionieri politici di cui sono noti i nomi proviene dalla Regione Autonoma. I manifestanti arrestati rischiano processi iniqui e tortura, spesso e volentieri vengono loro negati i colloqui con l'avvocato difensore. La repressione ricade anche sugli avvocati cinesi che subiscono intimidazioni per evitare che assumano la difesa di clienti tibetani.
A partire dalla Rivoluzione culturale cinese degli anni '60, la situazione dei diritti umani in Tibet non è mai stata tanto drammatica quanto oggi. Dal 2008 ad oggi il numero dei prigionieri politici è cresciuto di 15 volte. Se nel 2007 si conoscevano i nomi di circa 100 prigionieri politici, oggi sappiamo per certo che vi sono almeno 1.600 prigionieri, ma il numero reale dei detenuti è sicuramente molto più alto. Solo dal 2008 a oggi i Tibetani condannati ad alte pene detentive sono stati più di 360 e almeno tre detenuti sono morti in seguito alle torture subite.
Nel 1959, il Dalai Lama, Oceano di Saggezza per il suo popolo, fu costretto a lasciare il Tibet con una fuga avventurosa, mentre la millenaria, preziosa cultura e la sua buona gente subiva un brutale assalto dall’esercito della “poco” Popolare Repubblica Cinese che in nome di un aberrante senso del progresso e dell’ideologia demoliva tutto quanto rappresentava l’identità di un popolo. Saccheggiando e devastando monasteri, bruciando libri, imprigionando e giustiziando uomini pacifici e innocenti. Era l’inizio di uno dei più grandi e terribili genocidi della storia umana che mirava ad annientare un popolo, sotto gli occhi del mondo che fingeva e finge tutt’ora di non vedere.
Ma lassù nelle fredde regioni dell’Himalaya, la cultura di un popolo non vuole morire, è un “fuoco sotto la neve”, risponde alle atrocità con la non-violenza nella speranza di ottenere un giorno la libertà, di tornare alla vita tranquilla, alla pace, alla fede, alla serenità. La recente storia tibetana è testimone viva della violenza subita da un intero popolo, affiora nei racconti e nelle testimonianze dei diretti protagonisti, immagini che descrivono una storia epica di coraggio e passione. Nel grido del popolo si cela quell’anelito di libertà proprio di ogni essere umano.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è stata scritta 62 anni fa, ma l’universo a noi noto è ben lontano dal riconoscersi in quelle parole scritte dagli uomini e mai mantenute. Forse mai come in questi tempi dell’era moderna i diritti umani sono calpestati sotto gli occhi indifferenti del mondo, il più delle volte per giustificare razzie energetiche.
di Valerio Gardoni (14 ottobre 2010)
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"Tutti voi che abitate il mondo e credete nelle virtù della verità, della giustizia e dell’onore, a voi facciamo appello perché avanziate in massa e perché il rombo delle vostre voci di sostegno echeggi lungo la via della libertà e della giustizia" sono alcuni dei pensieri di Palden Gyatso, autore del libro “Tibet, il fuoco sotto la neve”, un monaco che esce da 33 anni di infernale detenzione nei lager cinesi, rilasciato riesce dopo una rocambolesca avventura a fuggire, a raccontare, a testimoniare.
"Le rosse orde dei barbari cinesi, il Male incarnato, hanno travolto e ingoiato il Paese delle Nevi, calpestando ogni legge internazionale - scrive Palden Guasto - Senza controllo e senza freno hanno aggredito il nostro stesso essere, i nostri corpi, le nostre menti e il nostro spirito. Nulla può eguagliare le sofferenze che sopportammo, le perdite che subimmo, le grida di dolore, nemmeno l’ultimo livello dell’inferno".
