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Chi ruberà (definitivamente) in questo secolo, lo scettro di potenza egemone agli Stati Uniti? Sembrava che la Cina avesse già la corona in testa, ma qualcosa, in Oriente, sta cambiando. Verso la fine degli anni Novanta si era parlato anche di "Cindia", unione tra le parole Cina e India, e si iniziava a pensare che ci sarebbe stato una specie di colosso a due teste, comprendente un terzo dell’umanità, a guidare le sorti economiche (e quindi politiche) del Pianeta, ma l’incompatibilità degli interessi geostrategici ed economici dei due Paesi, rende impossibile questa opzione. Oggi sembra che lo scettro si stia spostando verso l’India, il grande gigante democratico. India, the future is here:  lo slogan coniato per sedurre gli investitori occidentali all’inizio del Duemila, pare sia profetico. 



Oggi, la Cina è ancora la nazione più popolosa e più ricca; ha trovato uno strano equilibrio tra libero mercato, che le permette di produrre ed esportare in modo spregiudicato, e regime, che le consente di decidere a velocità per noi impensabili, di organizzare un'Olimpiade impeccabile, di costruire una diga, come di spostare una città. Ma questo mix - eccezionale per la crescita del Pil certo, senza però un miglioramento della vita in genere - nel lungo periodo sembra destinato a essere sorpassato dalla democratica India, dove sta fiorendo una miriade di piccole imprese e si sta sviluppando una classe media aperta al mondo. Secondo un’analisi del britannico Economist, l’India diventerà la nazione più popolosa, mentre in pochi anni la forza lavoro cinese invecchierà e si restringerà a causa dell’oppressivo controllo delle nascite.

Nella lenta, burocratica, corrotta democrazia indiana le idee circolano più liberamente che in Cina e con questo fermento intellettuale si sta sviluppando anche una nuova sensibilità - piuttosto inedita in Cina - verso l’ambiente: la vera sfida del futuro prossimo.
Nuova Delhi sta per far partire il “National Solar Mission”, un gigantesco piano di sviluppo dell’energia solare e di riduzione delle emissioni di gas serra, che renderà il Paese la prima potenza mondiale in questo settore, con una produzione di 100 mila Megawatt  entro il 2030 e di 200 mila Megawatt entro il 2050.

La Shining India si è accorta che l’energia solare è gratis e  permette di sviluppare nuove tecnologie.  Per ora il governo ha imposto nel budget 2010-2011 una tassa sulla produzione di carbone, in modo da poter accantonare fondi da destinare allo sviluppo di impianti alimentati con fonti rinnovabili (eolici, solari e geotermici) e a progetti di efficienza e risparmio energetico. L'imposta, che verrà applicata anche al minerale importato, ha un costo di 50 rupie (circa 1 dollaro) a tonnellata. L’India, quindi, potrebbe già presentarsi alla prossima conferenza sui cambiamenti climatici di Città del Messico del dicembre 2010, con progetti concreti. Con un’agenda seria nella lotta contro i cambiamenti del clima che le consentirebbe di chiedere - in cambio, per esempio, di crediti di emissioni - ai Paesi industrializzati, investimenti per la sua economia. Insomma: non è detto che l’Elefante indiano, grazie anche alla lotta ai cambiamenti climatici, non strappi lo scettro della leadeship al Dragone cinese.

di Angiola Bellu (7 ottobre 2010)

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La questione territoriale

 

 

La “questione territoriale” è il grande nodo alla base dei rapporti tra Cina e India. Circa novantamila chilometri quadrati dello stato dell'Arunachal Pradesh dell'India nord-orientale, sono reclamati da Pechino. E' una disputa vecchia di decenni, che si basa su due interpretazioni opposte della storia. Nuova Dehli ritiene la zona suo territorio perché così venne stabilito a Simla nel 1914, con gli accordi tra l'allora Impero britannico e il Tibet, all’epoca stato indipendente. Secondo la Cina, che ha invaso il Tibet nel 1950, quella convenzione non ha valore, non riconoscendo quattro decenni di indipendenza tibetana. E quel confine - tracciato da Henry MacMahon, il negoziatore britannico dell'epoca - è l'ultimo simbolo che ricorderebbe al mondo la passata autonomia.
Dall’altro lato c’è il nodo dell'Aksai Chin, un altopiano himalayano quasi disabitato, dove vige una situazione opposta: la Cina lo controlla, l'India lo reclama. Entrambi i problemi si protraggono dal 1962, anno in cui l'esercito cinese sconfisse quello indiano in una guerra di confine costata migliaia di morti.

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