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La rivolta di tre sciite, ma anche i piccoli passi di indù e sikh. L'altra metà del cielo comincia a muoversi
Non solo pregiudizi culturali, violenze dovute a un sistema patriarcale e conservatore, aborti selettivi e discriminazioni basate sulla casta di appartenenza. Le donne in India, dove quella musulmana è la minoranza religiosa più numerosa (13% della popolazione), hanno a che fare anche con la legge islamica e con norme che le vogliono lasciare ai margini. Ma qualcosa inizia a cambiare. Sia dal punto legislativo - il 9 marzo è stata approvata una storica legge che riserva alle donne un terzo dei seggi della Camera bassa (Lokh Sabha) del parlamento e delle 28 Assemblee statali – che da quello del costume.
Paradossalmente sul tema dell’emancipazione femminile e della rottura di opprimenti tabù in India è proprio all’interno del mondo islamico che si sta giocando la partita più promettente. A dimostrarlo vi è l’inconsueta ribellione di tre donne indiane, sciite, che il 29 giugno scorso hanno fatto irruzione nel seminario Madrassa Sultan-e-Madari a Lucknow - capitale dello Stato di Uttar Pradesh, nel nord del Paese - e hanno picchiato tre religiosi musulmani, corrotti dai mariti con 2.500 rupie (più o meno 44 euro) per emettere sentenze di divorzio (talaq) senza informarle del fatto. Tra gli sciiti il divorzio è ammesso solo se anche alla moglie viene data l’opportunità di difendere la propria causa. Nishat Fatima, una delle tre donne, ha dichiarato che “picchiare quegli uomini è stato di enorme conforto”. Ha poi lanciato il suo appello a tutte le musulmane “che soffrono in silenzio di uscire allo scoperto e alzare la voce prima che sia troppo tardi”.
Dissenso contro tradizioni discriminatorie e contro un’interpretazione della religione che condiziona lo sviluppo sociale arriva anche da alcuni leader musulmani. Come Ibrahim Musliyar Bekal, del distretto di Udupi (nello Stato del Karnataka), che a giugno è intervenuto contro “i mali per lo sviluppo delle comunità musulmane”. Il sistema della dote, ad esempio, costringe la famiglia della donna a pagare milioni di rupie (decine di migliaia di euro) a quella dello sposo. L’usanza è illegale dal 1961, ma di fatto rimane nella mentalità e nella cultura nazionale. Un altro dei mali individuati da Bekal è la condizione della maggior parte delle donne, che una volta sposate non possono lavorare.
Il riscatto sociale della donna non riguarda solo la comunità musulmana. Lo dimostra la stessa usanza della dote, come la pratica degli aborti selettivi, diffusi anche tra indù, sikh e i cristiani. Nella cultura indiana, un maschio è preferito perché trasmette il nome, diventa fonte di guadagno e può occuparsi dei genitori quando invecchiano, mentre la femmina è destinata a lasciare la famiglia e rappresenta una forte spesa per via della dote. Dal 1994 è illegale abortire sulle base del sesso del feto. Gli stessi medici indiani, però, avvertono che nel Paese ci sono prove di un dilagante ricorso all'aborto selettivo. La dottoressa Shanta Durge - fondatrice del movimento Save the Girl Child - denuncia che ogni giorno in India si praticano migliaia di aborti selettivi.
La strada verso una reale emancipazione e parità di diritti è ancora tutta in salita, ma le donne indiane hanno tutta l’intenzione di arrivare fino in fondo.
di Marta Allevato (15 luglio 2010)
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Da una macchina in corsa una donna viene scaraventata a terra in piena notte, lo scorso febbraio, alla periferia di Roma. Ferita, urla aiuto. Gli abitanti del quartiere accorrono. Così, con indosso un sari macchiato di sangue, Pritt (il nome è fittizio, per motivi di sicurezza) ha il suo primo vero contatto con degli italiani. A dire il vero la ragazza 30enne era arrivata in Italia già da tre anni e con regolare permesso di soggiorno, ma aveva avuto la “sfortuna” di innamorarsi. L’uomo, indiano di fede sikh come anche Pritt, è il cugino di un’amica. Dieci anni più grande, “gestisce un grosso ristorante nella capitale – racconta – mi fa un contratto di facciata, mi promette di sposarmi presto e intanto io rimango incinta”. Due anni fa nasce il piccolo Prabaker. L’uomo paga l’affitto e ogni spesa per Pritt e il bambino, “ma continua a pretendere in cambio che io rimanga segregata in casa, senza contatti con nessuno all’esterno”. Poi, all’improvviso, si spiega tutto: l’uomo è già sposato, con un’altra indiana residente a Roma, dalla quale ha due figli. La moglie scopre il tradimento del marito che corre da Pritt per lasciarla. La giovane cerca di ribellarsi e lui in risposta la butta giù dall’auto. L’uomo non ha mai riconosciuto Prabaker e così Pritt si trova senza più nulla. Né soldi, né lavoro per rinnovare il permesso di soggiorno. “Ho trovato una famiglia italiana che mi ha molto aiutata – continua – con un avvocato abbiamo mandato una lettera al padre di mio figlio intimandolo di pagare almeno gli alimenti”. Risultato? L’uomo è andato a casa di Pritt e l’ha picchiata. La storia non ha lieto fine: Pritt è tornata in India, per paura e per mancanza di strumenti con cui difendersi.
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