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Bangkok istituisce un centro speciale per arrestare ed espellere gli irregolari. Si tratta di circa 1,4 milioni di lavoratori, perlopiù birmani. Sindacati e gruppi per i diritti umani denunciano abusi e iniziative violente
“Sopprimere, arrestare e perseguire” i lavoratori stranieri non in regola con i documenti e impiegati in attività del sommerso. È l’obiettivo dichiarato del nuovo centro speciale istituto in Thailandia per ordine del primo ministro Abhisit Vejjajiva il 2 giugno scorso. Secondo la Human Rights and Development Foundation (HRDF), un gruppo per i diritti dei lavoratori, l’“Ordine dell’ufficio del premier” colpirà duramente oltre 1,4 milioni di lavoratori - provenienti in gran parte da Myanmar, Cambogia e Laos - al momento presenti illegalmente nel Paese (in totale gli abitanti della Thailandia sono 64 milioni, ndr).
Andy Hall, direttore del programma Giustizia della HRDF, ritiene l’ordinanza assurda. “Non è realistico deportare migliaia d'immigrati che lavorano e contribuiscono in modo significativo all’economia thailandese. Non è solo una questione di diritti umani, ma anche economica”. E aggiunge: l’intenzione di Bangkok è rimpatriare forzatamente i clandestini e far rimanere nei confini solo i lavoratori regolari, ma l’ordinanza non è di aiuto. Fornisce infatti l’opportunità alle autorità locali, notoriamente corrotte, di arrestare ed estorcere soldi ai clandestini, senza poi rimpatriarli effettivamente.
Lo scopo dell’iniziativa di Abhisit è garantire l’attuazione della risoluzione del Gabinetto thailandese sulla verifica di nazionalità (NV) dei lavoratori stranieri. Secondo la risoluzione, i clandestini sarebbero dovuti entrare nel processo governativo di verifica di nazionalità entro il 2 marzo scorso. Per la legge thailandese, la manodopera straniera, per poter richiedere il permesso di lavoro deve prima ricevere conferma sulla propria nazionalità dalle autorità del territorio d’origine. Chi è rientrato nel programma entro la data stabilita ora ha il permesso di rimanere in Thailandia; il governo ha fissato al 28 febbraio 2012 il limite entro il quale regolarizzerà tutti gli immigrati che ne hanno fatto richiesta. Gli illegali che, invece, non hanno potuto o voluto entrare nel programma di verifica vanno ora “perseguiti e arrestati” secondo l’ordinanza del primo ministro.
Già a marzo scorso i sindacati denunciavano il rischio deportazione per chi non avevano rispettato la scadenza del 2 marzo, come termine ultimo per la regolarizzazione della loro posizione. Ora il rischio è diventato certezza. Il giro di vite sull’immigrazione clandestina si è attuato anche con una serie di iniziative violente, confermate da diverse associazioni di lavoratori e da alcuni testimoni, come arresti e deportazioni nelle aree di Buri Ram, Mahachai e Mae Sot, ad alto impiego di operai birmani. Questi, per poter lavorare in territorio thailandese, devono recarsi personalmente negli uffici all’interno dei confini di Myanmar, azione che comporta notevoli rischi per coloro che si sono allontanati dal Paese, retto dalla sanguinaria giunta militare (VEDI BOX).
Secondo l’HDRF, tra i 300 mila e i 400 mila lavoratori stranieri erano idonei all’ingresso nel programma NV, ma non sono riusciti a rispettare i termini previsti. A questo gruppo va aggiunto circa un milione di immigrati privi dei requisiti per rientrare nel programma, perché non registrati. Anche questi sono bersaglio della nuova ordinanza. Secondo Hall, il governo deve fornire a quest’ultima categoria un’altra opportunità per la registrazione, perché molti di loro lavorano già da diversi anni in Thailandia. Il “centro speciale per sopprimere, arrestare e perseguire i lavoratori migranti clandestini” sarà composto da un comitato centrale presieduto dal vice premier. Il suo direttore sarà il vice direttore generale del Dipartimento Occupazione.
Secondo quanto diffuso dal governo thailandese due settimane fa, obiettivo del comitato centrale è permettere l’arresto e il rimpatrio di tutti i lavoratori non rientrati nel piano di verifica di nazionalità e facilitare così il governo a regolarizzare il lavoro migrante in Thailandia.
di Marta Allevato (24 giugno 2010)
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I circa 1,3 milioni di birmani che lavorano in Thailandia sono oggetto di speculazione da parte della giunta militare, che li costringe a pagare anche duemila dollari in tangenti per il rilascio di un certificato. La procedura per ottenere la verifica di nazionalità in Thailandia prevede il rilascio di un documento dalle autorità del Paese d’origine, che la ex Birmania concede solo se i suoi cittadini si presentano a ritiralo personalmente in patria, presso gli uffici preposti. La Thailandia ha avviato colloqui con il governo militare - da cui scappa una popolazione ridotta alla fame - per chiarire le procedure di registrazione. Ma la situazione rimane complessa.
Nel luglio 2009, Bangkok ha chiesto a tutti i lavoratori esteri di certificare la propria cittadinanza entro il 2 marzo 2010. E questo per monitorare la situazione all’interno del Paese, dove lavorano, oltre ai birmani, circa 780 mila laotiani e 620 mila cambogiani. Per i cittadini del Myanmar, però, la procedura di certificazione non è mai stata chiara. Ai primi di marzo solo 20 mila lavoratori avevano provato la loro nazionalità secondo il programma NV. Gli accordi tra i due Paesi hanno previsto finora il rilascio da parte del governo birmano di un certificato di cittadinanza per i lavoratori emigrati in Thailandia. Ma i funzionari della giunta pretendevano il ritiro dei documenti in patria invece di delegare la procedura alla propria ambasciata. Ciò per poter verificare il numero di persone fuggite in modo illegale dal Paese e imporre loro il pagamento di una consistente tassa aggiuntiva. Come denuncia Jirasak Sukhonchart, direttore generale del dipartimento Occupazione thailandese: le autorità birmane minacciano le famiglie degli immigrati e le costringono a pagare ingenti somme di denaro per il rilascio dei certificati.
Altro problema rimane la concessione della cittadinanza ai figli dei lavoratori esteri nati in Thailandia. La loro registrazione dipende da quella dei genitori e né il governo del Myanmar, né quello thai vogliono riconoscere loro lo status di cittadini.
