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asia e pacifico
Timido, impacciato, quasi spaventato, fumatore incallito mai avrebbe pensato di correre per la presidenza delle Filippine. E invece non solo il popolo lo ha massicciamente premiato, ma a poche ore dagli exit poll che lo davano vincitore, ha subito fatto capire di che pasta è fatto. Benigno 'Noynoy' Aquino III, figlio di due icone per la democrazia del suo Paese, ha annunciato che aprirà immediatamente un'inchiesta sulla corruzione del suo predecessore, la signora Gloria Arroyo, che rimarrà in carica fino alla fine di giugno. Goccia che ha fatto traboccare il vaso di Benigno, un vizio antico di molti politici. La Arroyo ha nominato a presidente della Corte Suprema il suo ex portavoce Renato Corona. La mossa, azzardata, mostra tutta la tensione del momento: un fedelissimo alla più alta carica della giustizia è un rifugio sicuro per evitarsi processi, una volta lasciata la presidenza, tenuta con piglio sicuro 9 anni consecutivi. L'attuale comandante in capo delle Filippine, come lei stessa ama definirsi, nega ogni accusa e rilancia: "Prontissima a fronteggiare un'inchiesta, non voglio alcuna immunità". Ma Aquino ha altri assi nella manica contro la sua ex insegnante di economia: una intercettazione telefonica dove la Arroyo fa pressioni su un commissario elettorale per assicurarsi la vittoria nelle elezioni del 2004. Anche in questo caso, a denti stretti, Gloria ammette la telefonata, ma la ridimensiona. Nel passato la signora ha anche evitato tentativi di impeachment (la procedura con la quale si mette sotto accusa un capo di stato, ndr) con l'appoggio dei 'suoi' deputati al Congresso. Il vero problema per Arroyo è che Aquino ha giocato tutta la sua campagna elettorale sulle presunte frodi e incapacità della precedente amministrazione. E i filippini, stanchissimi, lo hanno visto come chi poteva restituire l'orgoglio dell'onestà alla loro terra.
Sicuramente i genitori sono stati uno straordinario biglietto da visita. Soprattutto la mamma, figura centrale per la sua vita privata, ma ora per il suo futuro politico. Cory Aquino, vedova di Benigno Ninoy Aquino Jr, assassinato quando era leader dell'opposizione nel 1983, è diventata presidente delle Filippine nel 1986, dopo che la rivolta 'Potere al Popolo' rovesciò la dittatura di Ferdinand Marcos. La prima presidente donna dell'Asia. E' lei che, almeno simbolicamente, ha fatto ritornare la democrazia. Una presidenza difficilissima la sua: molti i colpi di stato tentati ai suoi danni. In un assalto anche il figlio Benigno è rimasto gravemente ferito, colpito da 5 proiettili. Uno ce l'ha ancora conficcato nel collo, troppo pericoloso toglierglielo. Le capacità di Cory erano più retoriche che amministrative. Era popolarissima e quando il primo agosto del 2009 è morta per un terribile cancro al colon tutto il Paese ha appeso nastri gialli (il suo colore preferito) a macchine e alberi per commemorarla.
Giallo come il colore della rivolta popolare che l'aveva portata alla guida del suo Paese. Giallo come il colore che ha scelto il figlio Benigno per la sua elezione. Come a dire, "Io sono un Aquino, sono per il potere al popolo come mia madre e mio padre. Ma sono anche diverso. Sono il nuovo. Con me potete cambiare la vostra situazione". Una vera operazione di marketing politico, che mischia nostalgia a solidi studi. La tenerezza per un uomo che si emoziona nonostante i suoi 50 anni, che appare incredulo dell'appoggio popolare, ma che poi sferra fendenti ai suoi avversari. La sua elezione ha lasciato di stucco la maggioranza degli analisti, sicuri dell'imbattibilità del suo rivale numero uno, il ricchissimo senatore Manny Villar, alla fine staccato di quasi 20 punti percentuali. La carriera politica di Benigno è stata fino a questo momento modesta: anche lui eletto al Senato, più per il cognome che per meriti personali, è sempre stato considerato un politico di basso profilo. Ma il suo sorriso aperto, la faccia e la fedina penale pulite hanno fatto da volano alla sua campagna tutta tesa al ritorno di una vera democrazia e alla lotta alla corruzione.
La sfida per lui ora è gigantesca. Dovrà dimostrare di essere la guida giusta per un Paese che sfiora i 100 milioni di abitanti, diviso, instabile, dove si contano ancora decine di omicidi politici (solo nel giorno delle elezioni sono state uccise 10 persone). Dovrà smentire la grande paura che serpeggia nelle Filippine: che sia l'ennesimo simbolo vuoto riempito dalla speranza di un popolo.
di Francesco Bianco
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E' Milano la capitale delle Filippine italiana. In più di 30 mila vivono in città: nessun altro centro, neanche la popolatissima Roma, fa concorrenza alla Madunina. E' una moltitudine silenziosa, onesta, lavoratrice e affidabile. Quasi mai coinvolti in episodi di cronaca, sono cattolicissimi. Non amano mettersi in mostra e vivono la parrocchia come loro punto d'incontro naturale. Non vivono in un quartiere determinato: infatti li si trova soprattutto davanti alle chiese di piazza del Carmine, via San Tommaso e di San Lorenzo, la domenica, all´ora della messa. O in estate, al Montestella. Ci sono poi momenti dell´anno in cui il loro fervore religioso raggiunge l´apice. A metà dicembre per il "Tim man gavig", nella novena di Natale, quando celebrano con grande solennità la "messa del gallo" e l´ultima domenica di maggio, quando in occasione della festa di "Santa Cruzan" festeggiano le "Flores de maio", ovvero le ragazze in fiore, che si preparano al debutto in società. Una ricerca dell'Ismu ci spiega che nell'80% dei casi sono soddisfatti della loro esperienza lavorativa, mentre la metà di loro ha lasciato i figli in patria .Un terzo abita in affito, mentre un quarto in una casa di proprietà. Sono grandi risparmiatori: otto filippini su dieci inviano almeno il 50 per cento dello stipendio 'a casa' per pagare le tasse universitarie dei figli, per contribuire a mandare avanti l´attività di famiglia, per comperare una casa.
