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asia e pacifico
C’è una cosa chiara agli occidentali: l’Occidente perderà il suo status egemonico; non rimarrà a lungo unico ’mondo ricco e avanzato’ rispetto al resto del globo.
Tra i concorrenti candidati a sbaragliare la leadership occidentale, l’India è tra quelli che fanno meno paura ad Ovest. Forse per il fatto di essere una civiltà millenaria - per noi meno ‘aliena’ di altre (per esempio la cinese) - forse perché i suoi scrittori conoscono la lingua e la cultura anglosassone o, forse, perché la sua industria cinematografica Bollywood – nome nato dalla fusione di Bombay e Hollywood – surclassa ormai il gigante americano a cui si ispira. Infine, da non dimenticare, l’India (del sud) è il paradiso del benessere per facoltosi e vip, così come il paradiso dei rave e dello ‘sballo’ low cost per giovani occidentali e giovani israeliani che lì finiscono il lungo servizio militare obbligatorio.
C’è da aggiungere che l’India, col suo miliardo e mezzo di abitanti, è la più grande democrazia al mondo, e - per quanto esotica - una ‘democrazia’ esercita sempre un certo appeal nell’immaginario di noi occidentali, spaventati a morte dall’invasione culturale ed economica di ‘non democrazie’ come la Cina o gran parte della galassia arabo islamica.
Oltre che maggiore democrazia del mondo, l’India è la quinta potenza economica mondiale: negli anni precedenti alla grande crisi globale, il Paese aveva un Pil che teneva ritmi vicini all’8% annuo e oggi contiuna a crescere del 6% l’anno contribuendo, insieme alla Cina, a sostenere gran parte dell’economia statunitense ed europea.
Anche la classe imprenditoriale indiana sembra più affine a quella degli imprenditori illuminati occidentali: sono descritti come innovatori, colti e spesso laureati ad Oxford. Con le ultimissime generazioni che vantano un PHD nelle università indiane dove si studia con ottimi docenti, e si fa in inglese: negli Iit (Indian institutes of techonology) i master iniziano ad essere anche più quotati di quelli del mitico Mit statunitense. Ne consegue che per i colossi globali dell’economia occidentale, il ‘marchio’ India è sinonimo di ottimo rapporto qualità\prezzo del lavoro, e, grazie a questo inconfutabile dato, è indiana la metà dei servizi esternalizzati occidentali (outsourcing).
L’India, dunque, per l’Occidente è una specie di gigante buono, se non altro non troppo minaccioso, più vicino al nostro ‘sentire’ di altri che - come la succitata Cina, l’attuale Paese più popoloso del mondo – insidiano la supremazia del primo mondo.
Dietro a questa ‘India shinning’ però (slogan del 2003, che doveva promuovere il Paese nel contesto internazionale) che attrae simpatie occidentali e che si addice a un’ottantina di milioni di indiani, il 77% della popolazione sopravvive con 20 rupie al giorno (i nostri 30 centesimi di euro), quasi la metà degli indiani è completamente analfabeta, mentre un bimbo su due non è nutrito a sufficienza.
Diritti fondamentali come quello alla salute e allo studio nella democrazia più vasta del globo sono appannaggio di pochi privilegiati: mancano le scuole per tutti, i servizi sociali. Settecento milioni di indiani (!) non hanno mai visto un bagno con l’acqua corrente o un wc.
Non sono poche le contraddizioni della repubblica indiana, che, con una popolazione di 1,15 miliardi di persone, è destinata a sorpassare la Cina quale paese più popoloso del mondo, nel 2025.
Fuori dal contesto urbano degli imprenditori all’occidentale, l’India è ricchissima di piccole imprese rurali, che producono manufatti per i mercati interni e internazionali, con operai in condizioni di semi schiavitù. All’ombra dei riflettori bollywoodiani non esistono, per i lavoratori, norme igenico sanitarie, tutela della sicurezza, sindacati, contratti di lavoro, diritti base di chi lavora.
La corruzione invece funziona benissimo e grazie ad essa le strutture di controllo dello stato democratico, si tengono alla larga dalla piccole imprese, ossatura dell’economia indiana. Il capitalista indiano delle zone rurali urbanizzate è spesso anche usuraio: lega a sé i lavoratori che per pagare i debiti diventano veri e propri schiavi. Non c’è alcun bisogno di innovazione per rendere competitiva quest’industria manifatturiera: i bassi costi di produzione sono tutti a carico delle ‘risorse umane’, una enorme massa di persone che vive al di sotto della soglia di povertà. Tra cui i bambini.
Tale capitalismo periferico è molto competitivo ma basa la sua competitività su una concorrenza negativa: completa deregolazione del mercato del lavoro, tecnologie arretrate che hanno un impatto scellerato sull’ambiente.
C’è una specificità dell’India che contribuisce a tenere immobile lo stato delle cose: il principio di ineguaglianza proprio della tradizione hindu. Nonostante la loro abolizione con la costituzione del 1950, le caste – la stratificazione gerarchica della società per diritto di nascita – sono ancora fondamentali nelle divisioni del mondo del lavoro.
Denaro, fama culturale e politica non cancellano la casta di nascita. Ne è prova la dinastia Nehru Gandhi, al potere dalla nascita della repubblica indiana (VEDI BOX). Nato dall’induismo, il sistema delle caste vige anche tra cristiani e musulmani. Secondo il parere di uno tra i più autorevoli sociologi indiani, M. M. Srinivas, le caste oggi non hanno una caratteristica religiosa ma sociale: anche nei settori più ‘asettici’ dell’economia - come quelli tecnologici - i lavori intellettuali sono svolti esclusivamente dalle caste alte.
Non c’è alcuna democrazia economica e sociale, quindi, nella cosiddetta più grande democrazia politica del Pianeta. Forse non bastano l’appeal di Bollywood e le spiagge di Goa perché questo enorme Paese diventi una grande potenza capace di dettare l’agenda al mondo.
di Angiola Bellu
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La storia della famiglia Nehru Gandhi precede la fondazione della repubblica dell’India. Jawaharlal Nehru, è l’erede di Gandhi, ha dato una fisionomia politica al movimento nazionalista della non violenza del grande padre dell'India moderna, e ha condotto gli indiani alla fine della strada che ha portato all’indipendenza dalla Gran Bretagna.
Nehru ha quindi concluso l’era dell’imperialismo bianco, è stato il simbolo politico del più grande movimento di liberazione di un popolo colonizzato.
Formato in Inghilterra, vicino alle idee dei laburisti, ha sempre condotto la sua battaglia al fianco del Mahatma Gandhi.
Difensore dello Stato laico, ha accettato la secessione del Pakistan pur di non scendere a compromessi con la dirigenza islamica.
Nehru è stato leader del movimento dei non allineati durante la Guerra fredda e non ha disdegnato gli aiuti sovietici.
È stato solo l’omonimia del marito di Indira, figlia di Nehru che ha unito il cognome Gandhi a quella della dinastia Nehru.
Indira Nehru Gandhi diventa primo ministro nel 1966, lancia nelle campagne la “rivoluzione verde” che affranca il Paese dalle carestie;
sotto la guida di Indira l’India diventa una superpotenza militare e costruisce l’atomica. Ha uno scivolone autoritario con la legge d’emergenza del 1977, e gli elettori la cacciano all’opposizione. Col tempo gli indiani hanno perdonato. Indira è finita nel Pantheon repubblicano con un prestigio analogo al padre.
La missione dinastica si impone ai discendenti anche contro la loro volontà. Rajiv, figlio di Indira, non voleva entrare in politica. Studia a Cambridge, sposa un’italiana, Sonia Maino, cresciuta ad Orbassano, nel torninese. Vuole fare il pilota di aeroplani. E proprio in un incidente aereo muore nel 1980 il delfino di casa Gandhi, Sanjay, fratello di Rajiv.
Quando Indira viene assassinata dalle sue guardie del corpo sikh, nel 1984, le pressioni del Congresso su Rajiv sono irresistibili. Diventa premier suo malgrado. Viene ucciso nel 1991. Sonia ha due figli: Rahul e Priyanka, e vorrebbe chiudere con la politica.
Nel 1996 il Congresso Nazionale Indiano, il parito dei Nehru Gandhi , sino ad ora al potere perde le elezionin e Sonia si arrende al suo destino: diventa leader del Congresso. Abdica alla sua italianità per proteggere il partito dall’accusa di essere guidato da una straniera.
Non fa la comunione neanche al funerale di Madre Teresa di Calcutta per non accendere le polemiche sul suo cattolicesimo.
Nell’aprile maggio scorsi il Congrsso Nazionale Indiano di cui Sonia è presidente ha vinto le elezioni e ha avuto mandato per formare un nuovo governo sotto la guida del primo ministro uscente e candidato premier alle elezioni, Manmohan Singh.
Ora la dinastia continuerà con il principe Rahul pronto a occupare il trono che lascerà la madre.
