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La diplomazia americana costretta a fidarsi del più imprevedibile tra gli alleati, indispensabile per la campagna in Afghanistan

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Il Pakistan, Paese da 170 milioni di abitanti, è oggi uno tra i maggiori dilemmi internazionali. Stretta tra Afghanistan e India, la repubblica islamica è lo spazio sul quale si gioca la sfida della stabilizzazione dell’Asia centrale, iniziando dal buon esito dell'exit strategy della Nato in Afghanistan. In sessant’anni di vita, il Pakistan, ha alternato dittature militari a simil democrazie, ma la popolazione pakistana si è abituata a convivere con la corruzione e il sottosviluppo.  


Nel 1999, il colpo di stato del generale Musharraf è stato il primo golpe in un Paese che possiede armi nucleari. Il generale faceva progetti di modernizzazione, ma di fatto l’alleanza con i partiti islamisti e i vari gruppi radicali non ha permesso alcunché.  


Oggi, a quasi due anni dall’elezione a presidente di Asif Ali Zardari, il vedovo di Benazir Bhutto, la situazione politica non ha visto grandi cambiamenti, e la svolta democratica continua ad essere lontana. Zardari deve confrontarsi con il suo passato e, soprattutto, con le accuse di corruzione che hanno sempre accompagnato la sua carriera (il presidente è noto anche come ‘Mister10%’), offuscando la sua immagine sia sul piano interno che su quello internazionale.


Sulla debolezza politica del presidente Zardari, pesa senza dubbio il poco esaltante curriculum: cinque anni in carcere, dal 1999 al 2004, con accuse che spaziavano dalla corruzione all’omicidio del cognato Murtaza Bhutto; ma la vera ragione della scarsa considerazione del suo governo è il fatto che gran parte del potere reale è ancora in mano all’apparato militare legato al nucleare e ai servizi segreti, il famigerato Isi.   


Neanche l’esercito, però, è in grado di gestire la situazione interna, e l’estremismo islamico regna sovrano in una vasta parte del territorio occidentale, lungo la frontiera con l’Afghanistan, nei distretti di Swat e Lower Dir. È in questi luoghi che, in realtà, si combatte la vera guerra afghana; in cui si annida la cupola di Al Qaida e si concentrano i principali campi di addestramento dei terroristi. È qui che si susseguono gli attacchi suicidi che provocano vittime e feriti tra la popolazione civile. È qui che i missili sparati dai droni americani (aerei robot senza pilota) uccidono presunti ribelli e terrorizzano la popolazione civile che qualche volta viene bombardata per errore.  


Lo stesso presidente Obama, convinto della pericolosità costituita dalla polveriera pakistana, ha coniato l'acronimo Af-Pak per indicare la "zona rossa" della politica di sicurezza americana, quella appunto tra Afghanistan e Pakistan. Ma l’incubo peggiore di Washington riguarda la proliferazione nucleare in atto nel Paese, probabilmente anche grazie ai fiumi di dollari versati nel buco nero di Islamabad dal governo statunitense per sostenere la lotta al terrorismo.


I vertici militari pakistani e l’Isi non mirano all’eliminazione vera e propria dei movimenti radicali islamici; le operazioni delle forze di Islamabad, nella valle dello Swat, cercano di contenere le azioni terroristiche colpendo prevalentemente militanti stranieri legati ad Al Qaida. Così, il terrorismo, anche se cresciuto nelle zone tribali si è gradualmente esteso alle principali città.


Il potere amministrativo nella regione a ridosso del confine con l’Afghanistan (dove c’è la maggior produzione di oppio della regione) è in mano ad autorità locali, dotate di proprie milizie, che non hanno mai risposto al governo centrale (retaggio coloniale britannico: nel 1897 Londra preferì conservare le aree tribali come zona cuscinetto contro la Russia zarista e gli afghani). Quest’autonomia permette il proliferare di traffici illegali di ogni genere: armi, droga e terroristi.  


Nonostante l’ambivalenza dei rapporti di Islamabad con il fondamentalismo, l’amministrazione Obama è consapevole che la guerra in Afghanistan, vera spina nel fianco del nuovo Nobel per la Pace, non può essere vinta senza la collaborazione fattiva del Pakistan; questa la vera novità rispetto al governo di Bush giovane. Così, dopo anni di ‘incomprensioni’, Washington e Islamabad, si impegneranno ad iniziare un nuovo dialogo. Questo è quanto hanno dichiarato il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, e il suo collega pakistano, Shah Mehmood Qureshi, durante una sua visita ufficiale negli Stati Uniti.


Naturalmente, il nuovo rapporto d’amicizia sarà suggellato da un fiume di denaro: la Casa Bianca donerà entro giugno circa 2 miliardi di dollari in aiuti militari al Pakistan; di questi, una somma "sostanziale" sarà pagata a breve: entro la fine di aprile. Anche in questo caso continua la strategia americana di aiutare Paesi in difficoltà sostenendo le loro spese per l'esercito, invece d'investire in programmi di smilitarizzazione.


Nessun riferimento da parte statunitense al doppiogiochismo della repubblica islamica nella lotta al terrorismo:  "non ci sono più questioni in sospeso" ha assicurato la Clinton. Si apre un nuovo periodo che non prevede relazioni ‘critiche’ tra i due Paesi.

di Angiola Bellu

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I servizi segreti pachistani

 

L'ISI, il servizio segreto pachistano, è ritenuto responsabile di numerosi crimini che negli anni hanno scosso il Pakistan e gli Stati confinati. Fondato nel 1948, è un efficiente apparato militare capillare da sempre legato al capo di stato maggiore. L’ISI è sciolto da qualsiasi controllo e utilizzato prevalentemente per scopi politici (quali indagini nei confronti di avversari politici del presidente). L'ISI, col tempo, ha acquistato un potere sempre maggiore, tanto da essere definito 'lo stato nello stato'; definizione usata spesso anche da Benazir Bhutto. L'ISI è stato impiegato durante le guerre con l'India, in aiuto ai ribelli in Kashmir ma, soprattutto, in Afghanistan dove, a seguito dell'invasione sovietica, e grazie ai finanziamenti della Cia ha addestrato i Mujaheddin. Nel 1979, l'allora ventiduenne Osama Bin Laden, si avvicinò alla causa dei Mujaheddin impegnati nella guerriglia islamista avversa al governo filo-sovietico dell'Afghanistan. Nel 1984, Bin Laden organizzò un nuovo fronte, chiamato Maktab al-Khidamat (MAK), con il compito di convogliare denaro, armi e combattenti per la guerra afghana. Il MAK di Bin Laden ricevette, grazie alla mediazione dell’ISI, finanziamenti dalla CIA. Dopo i Mujaheddin, l'ISI ha formato e finanziato i Talebani e gli estremisti di al-Qaeda.

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