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Sotto il sole dei Caraibi i rifugi del campo di Parc Bobi, diventano dei forni: dentro non si riesce nemmeno a respirare. Per questo motivo i terremotati che vivono qui da gennaio, passano all'aperto tutto il giorno. Si cucina e si mangia negli spazi minimi tra un tirante e l'altro, si lava tutto all'aperto, con secchi di acqua.


Ai rifugi, coperti da teli di plastica sorretti da pali, si mescolano le tende donate dalle organizzazioni umanitarie. Che in queste condizioni sono una manna: durante i temporali si allagano lo stesso, ma almeno non ci piove dentro. Dopo mesi di sole cocente e due stagioni delle piogge, una in primavera e una in autunno, i tetti di fortuna dei rifugi sono ormai logori, bucati, si strappano come carta velina.


Parc Bobi è uno dei campi informali più grandi di Port au Prince, ci vive qualche migliaio di persone. Ma tutta la capitale somiglia ad un unico, grande accampamento: tutti gli spiazzi liberi, piazze, parchi, aree verdi tra un edificio e l'altro, sono occupati dai terremotati, da tende e da teli blu.


Non tutti hanno perso la casa, ma lo shock del sisma li ha portati a vivere sulla strada
. Da mesi le ong cercano di organizzare i campi e spingono le famiglie che possono permetterselo a tornare a casa. In molti, però, non se ne vogliono andare: qui hanno visto un medico per la prima volta, i bambini vengono seguiti, si distribuiscono cibo e acqua potabile.


Ma tutti i campi, a partire da Parc Bobi, andrebbero subito smantellati: le condizioni igieniche sono ancora più precarie che nelle bidonville, si vive tutti a stretto contatto, poche latrine, nessuna fognatura. Questo è un terreno ideale per la diffusione del colera. Chi presenta i primi sintomi andrebbe subito isolato, ma in queste condizioni è impossibile, e per questo il contagio si sta diffondendo a macchia d'olio, ancora più velocemente di quanto previsto. Il numero di vittime ufficiali è sottostimato almeno di 4 volte: non tutte le strutture mediche riescono a tenere il conto dei morti, e mancano all'appello tutti quelli che all'ospedale non ci sono nemmeno arrivati.


Ora che la malattia è in tutte le bidonville e le tendopoli, il livello di allerta per la capitale è salito a 5, su una scala di sei. È così in quasi tutto il Paese, ma la situazione più grave rischia di essere nel Nord, tra Cap Haitien, e Port de Paix. Città più piccole, non danneggiate dal terremoto, ma con strutture sanitarie più carenti, e con bidonville estese. E le autorità sanitarie insistono: il colera non ha ancora raggiunto il picco massimo di diffusione e di aggressività.

 
In questo contesto si inserisce la campagna per le elezioni generali di domenica 28
. Tra i 18 candidati per le presidenziali il nome di madame Mirlande Manigat è il favorito.


A contenderle il primato nei sondaggi è Jude Celestin, l'uomo del presidente in carica René Preval. Per assicurarsi la poltrona Celestin sarebbe pronto ad armare i suoi sostenitori; dietro le manifestazioni violente delle ultime settimane ci sarebbe il suo partito, l'Inité. Missionari e cooperanti stranieri che vivono nel Paese da anni, sperano quasi che vinca lui: in caso contrario, temono, potrebbero scoppiare le violenze. Nella migliore delle ipotesi, i lavori del governo e del parlamento si bloccherebbero: madame Manigat può vincere la presidenza, ma difficilmente avrà la maggioranza alle camere. E l'ultima cosa di cui Haiti ha bisogno è una paralisi politica.

 
L'attesa per il voto di domenica resta estranea agli haitiani delle bidonville, delle tendopoli, e anche nelle campagne: in pochi hanno i documenti per votare. Mentre nei quartieri residenziali si pensa alla elezioni di domenica, nei campi di rifugiati si cerca il modo di clorare i morti, che continuano ad aumentare. Il problema maggiore è come smaltire vomito e diarrea senza una rete fognaria. Se non trattati, sono una fonte di contagio pericolosissima.


Nessuno dei terremotati andrà a votare
: i problemi sono altri, e la politica è una cosa lontana, che serve solo ad arricchire chi è già ricco. I politici, dicono, non hanno fatto niente per noi. Noi non faremo niente per loro.

di Sara Milanese (25 novembre 2010)

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La distrazione dei Grandi

 

Passata l'attenzione mediatica, tutto torna nel dimenticatoio. Davanti alla tragedia i leader del mondo avevano annunciato in pompa magna e con le lacrime agli occhi interventi economici e umani. Ma a 8 mesi dal terribile terromoto che ha sconvolto Haiti la situazione è completamente diversa. I Paesi donatori hanno versato solo il 10% di quanto avevano promesso. Sono arrivati "appena" 900 milioni di dollari, sui 9 miliardi garantiti per la ricostruzione che sarebbe dovuta avvenire in 5-10 anni. I dati sono delle Nazioni Unite. Ciò che colpisce è che, in proporzione, sono stati Paesi come l'Arabia Saudita, l'India, Cuba e il Venezuela a impegnarsi di più, rispetto ai cosiddetti "grandi" del pianeta.

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