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“Rafael, el pueblo está contigo”. Per le strade di Quito, capitale dell’Ecuador, abbondano le manifestazioni di solidarietà nei confronti del presidente Rafael Correa, vittima, il 30 settembre, di un presunto tentativo di colpo di Stato. Ma a un mese e mezzo da quel giorno, la tensione nel Paese è tutt’altro che risolta.
L’esercito pattuglia le strade della capitale, e la stretta del governo sui vertici delle Forze Armate è sotto gli occhi di tutti. Proprio il 9 novembre 720 agenti di polizia sono stati rinviati a giudizio per i fatti del 30 settembre. “600 di loro – ha spiegato ieri il ministro dell’Interno Gustavo Jalkh – potranno, se assolti, tornare a far parte del corpo di polizia, mentre i 120 che guidarono la rivolta dovranno rinunciare alla divisa”. Lo Stato mostra i denti, e c’era da aspettarselo visto che partì proprio da alcuni settori della polizia la protesta violenta che portò agli scontri a fuoco con le forze governative e all’isolamento del presidente Correa, rimasto intrappolato per dodici ore in un ospedale militare della capitale. L’insurrezione si concluse con trecento feriti e cinque morti, ma l’opinione pubblica è oggi profondamente divisa su quanto accadde nel “giovedì nero”.
Per il governo, e per la maggior parte della popolazione, si è trattato a tutti gli effetti di un tentativo di golpe destinato a deporre il presidente Correa a causa della sua politica riformista. Mentre per l’opposizione e per alcuni settori della classe dirigente si è trattato solo di una protesta, sia pure diffusa e violenta, innescata dalle decisioni del governo in materia fiscale e salariale. In effetti i sindacati della polizia, già da diverse settimane, chiedevano la modifica della nuova legge fiscale che ridimensionava gli stipendi di alcuni settori del pubblico impiego.
Ma nel Paese c’è disaccordo anche sui fatti di quel 30 settembre. Su tutti, il ruolo del presidente. Correa sostiene di essere stato sequestrato e portato in ospedale: “Nessuno può dubitare che ci sia stato un sequestro di persona e un chiaro tentativo di uccidere il presidente”, ha dichiarato il ministro della Giustizia José Serrano.
Secondo l’opposizione invece Correa, durante la manifestazione in strada, dopo essere stato spinto e colpito da un lacrimogeno, si è rifugiato nell’ospedale chiedendo l’intervento dell’esercito. Questa versione pare confermata dalle testimonianze di alcuni medici e soprattutto da Cesar Carrión, direttore dell’ospedale in cui si trovava Correa, arrestato il 28 ottobre con l’accusa di “cooperazione con i cospiratori”.
Qualcuno si è spinto a sostenere che sarebbe stato lo stesso governo a ordinare il fuoco contro l’ospedale, mentre all’interno si trovava il presidente, per creare “l’incidente politico” necessario ad aumentare i consensi. “Chi diffonde queste menzogne dovrebbe vergognarsi di essere ecuadoregno”, ha commentato il segretario giuridico alla Presidenza Alexis Mera.
Ora il Partido sociedad patriótica, principale forza dell’opposizione, chiede una commissione d’inchiesta imparziale per stabilire la verità. A capo di quel partito c’è Lucio Gutierrez, ex presidente e indicato dal Governo come la possibile mente del tentato golpe. Tesi avvalorata dal fatto, secondo i fedeli di Correa, che Gutierrez fu l’artefice del colpo di Stato organizzato nel 2000 ai danni dell’ex capo del Governo Jamil Mahuad. Fidel Araujo, fedelissimo di Gutierrez, è tra gli arrestati delle ultime settimane con l’accusa di aver incitato gli agenti di polizia a organizzare la rivolta.
Sarà difficile ora stabilire la verità, e soprattutto ripristinare gli equilibri politici e sociali alla luce di una rivolta che sta avendo degli effetti molto più gravi di quelli immaginati. Con Correa, l’Ecuador sembrava aver ritrovato la stabilità. Ad oggi il suo è il mandato più lungo, in un Paese che negli ultimi 14 anni ha cambiato 8 presidenti.
La sua apprezzata nuova Costituzione, le sue politiche sociali e migratorie sono state un modello per molti Paesi del subcontinente. Sarebbe un duro colpo alla sua credibilità, se venisse a galla che la tesi del golpe è stata una forzatura per guadagnare consensi e aumentare il controllo del governo sulle istituzioni. Sarebbe un deludente ritorno al passato in un Paese che, invece, aveva dimostrato di voler cambiare pagina. E’ innegabile che il presidente Correa, anche alla luce delle reazioni emozionali della gente alla paura di quei giorni, abbia guadagnato slancio politico sulla scia dei disordini.
Ed è quantomeno curioso che proprio nei giorni successivi al 30 settembre, Correa abbia riacquistato il consenso di alcuni membri dell'Assemblea nazionale (Parlamento), che da tempo non lo sostenevano in varie leggi controverse.
Tuttavia va riconosciuto al governo di non aver dimenticato la scintilla che diede inizio alla rivolta del 30 settembre. Secondo la modifica della legge di Servizio Pubblico, i 42mila poliziotti del Paese avranno un adeguamento degli stipendi (“un agente guadagnerà fino a 792 dollari al mese”, ha spiegato Correa all’agenzia Europa Press), ma dovranno rinunciare ai privilegi di cui godevano in passato, come i buoni natalizi e gli scatti di anzianità. In più saranno messe a disposizione degli agenti almeno 400 abitazioni dell’edilizia pubblica. Inoltre il ministero dell’Interno, in collaborazione con la Segreteria di comunicazione della Presidenza della Repubblica, ha avviato una campagna di “rinforzamento istituzionale” delle forze dell’ordine, ovvero un sistema di comunicazione bilaterale per evitare la nascita di nuovi focolai di dissenso.
di Marco Todarello (11 novembre 2010)
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"Sono stati giorni tremendi, giorni che pensavo non sarebbero mai più tornati nel mio Paese". Eduardo ha 43 anni e vive da tempo in Italia, in provincia di Milano, dove fa il custode in un'azienda metalmeccanica. Il 30 settembre era a Quito. La domenica successiva si sarebbe sposato suo nipote. "Ho benedetto il fatto di non aver portato con me la mia famiglia. Pensare che avevo insistito perché venisse almeno mia moglie, che è italiana. Ma nessuno poteva tenerci i bambini". Eduardo respinge subito l'idea che Correa possa aver sfruttato la violenta protesta delle forze dell'ordine per fini personali. "Correa è un uomo serio. Dà fastidio il fatto che sia democratico, che combatte per il benessere del suo popolo. Le cose sono molto cambiate sotto la sua presidenza, e i "soliti noti" ovviamente dovevano farci ricordare che in America Latina le cose non possono andare così".
