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E' in grande difficoltà il governo di Evo Morales. In pochi giorni ha dovuto affrontare forti proteste, che stanno ancora continuando. Prima sono stati i giornali ad accusare pesantemente le autorità per una legge che consente di chiudere gli organi di stampa se un articolo dovesse contenere frasi razziste. Subito dopo sono letteralmente scesi in piazza i produttori di cocaina.
Ma andiamo per ordine.
I più importanti giornali del Paese sono usciti nelle edicole lo scorso 7 ottobre solo con la scritta "No hay democracia sin libertad de expresión" (non c'è democrazia senza libertà di espressione, ndr). Dietro la legge, che molti ritengono giusta, di vietare qualsiasi idea razzista, molti intellettuali boliviani sostengono ci sia il tentativo di bloccare con questa scusa ogni tipo di critica. Anche perché sarà lo stesso governo, e non un organo indipendente, a decidere se chiudere un quotidiano. Il presidente Evo Morales ha rispedito al mittente le proteste, sostenendo che la libertà di espressione resta protetta, ma non può essere usata "come pretesto per essere razzisti". Morales, il primo presidente indigeno della Bolivia, ha detto che "E' arrivato il tempo di eliminare la pratica del razzismo, perché è la più anti democratica del mondo e non rispetta l'uguaglianza tra i cittadini". Questa legge è chiesta a gran voce dalle organizzazioni che rappresentano le comunità indigene del Paese, che hanno subito gravi discriminazioni a partire dall'era coloniale della Spagna. E Morales è proprio uno di loro. I giornalisti però non mollano. Sono già sei i reporter che stanno affrontando lo sciopero della fame. La Federazione della Stampa, annunciando nuovi scioperi e mobilitazioni, ha tuonato contro il presidente: "Nessuno è contrario a una legge contro il razzismo. Il problema è che è inaccettabile la censura preventiva e addirittura la chiusura di un giornale. Come in tutte le democrazie del mondo ci sono i tribunali nel caso di attacchi di stampo xenofobi. Quando è il governo a decidere, si chiama dittatura". "Il problema - insistono i giornalisti - è che l'articolo 16 di questa legge parla di 'idea di razzismo'. Con un concetto così generale, molte critiche possono essere ricondotte in questa ipotesi".
Ma c'è un'altra legge che toglie il sonno a Evo Morales. Si tratta del provvedimento per tagliare di due terzi il numero delle foglie di cocaina che possono essere vendute dai produttori. I coltivatori sono infatti insorti, bloccando le principali strade della capitale La Paz. Il governo ha fatto prontamente marcia indietro apportando modifiche alla proposta, ma la più importante associazione di settore non è ancora soddisfatta e preannuncia nuove proteste. La legge, approvata lo scorso settembre, prevede che i coltivatori possono vendere poco più di 2 chili di foglie di coca al mese, dai quasi 7 precedenti. Inoltre il controllo passa dalle autorità locali al governo centrale. L'obiettivo è senz'altro nobile: fermare la vendita ai trafficanti di droga. Ma all'inizio di ottobre la marcia indietro, che ha portato al ritiro della legge. I coltivatori, però, alzano il tiro. "Ci sono altre questioni che il governo deve risolvere. Solo dopo fermeremo i presidi nelle strade" fanno sapere. Tra i punti salienti, nuove infrastrutture per facilitare il trasporto della coca e un piano industriale per la sua produzione.
di Francesco Bianco (14 ottobre 2010)
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Il presidente Morales è favorevole alle piantagioni di coca. Masticare le sue foglie è un'abitudine millenaria in molti Paesi dell'America Latina e l'effetto narcotico, abbastanza basso, consente a molte persone mal nutrite di poter lavorare tutta la giornata. Senza dimenticare che molte popolazioni la considerano una pianta sacra. Morales è però contrario al traffico di droga. Ma questa posizione è piuttosto debole: solo il 10% della produzione totale di foglie di coca viene masticata, mentre il resto serve per la fabbricazione di pasta-base e, successivamente, di cocaina pura. E gli Stati Uniti infatti spingono su Morales affinché metta un freno alla sua produzione. Le pressioni internazionali hanno così convinto il presidente boliviano a tentare di limitarne la coltivazione con la contestata legge, anche perché durante il suo mandato, la situazione è addirittura peggiorata.
