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“Vamos bien”, si legge per le strade di Cuba in gigantografie che ritraggono anche personaggi e miti della rivoluzione. “Andiamo bene”, anche se da decenni molte cose non vanno per niente, è uno degli slogan con cui il governo cubano alimenta una propaganda ormai sempre più inefficace. Inutile per i cittadini, alle prese con mille difficoltà per sbarcare il lunario, e ormai superflua anche per lo stesso governo, che davanti a un sistema economico giunto al collasso, ha preso una serie di provvedimenti per dare respiro all’economia e incentivare l’iniziativa privata.

 

È in  questa chiave che va letta l’ultima mossa di Raul Castro, artefice di questo nuovo corso, che con un decreto ha avviato il licenziamento di un milione di lavoratori del settore pubblico (alcune fonti parlano di 500 mila persone), dove è impiegato l’85% della forza lavoro ufficiale.

 

I licenziati, che saranno rimossi dall’incarico entro marzo 2011, verranno incoraggiati a mettersi in proprio, dando vita a piccole imprese commerciali, o a unirsi ad altre imprese già esistenti, potendo contare anche sulla revoca delle restrizioni in vigore fino a oggi nel settore privato.
Una vera rivoluzione, in uno degli ultimi avamposti del socialismo reale, che mette in crisi l’altra rivoluzione, quella del 1959, che aveva proprio nell’economia di Stato uno dei suoi intoccabili presupposti.

 

In sostanza, il Consiglio di Stato ha deciso di legalizzare le attività che i cubani svolgevano già da anni, in nero e con il beneplacito delle autorità, necessarie per sbarcare il lunario. Chi ha visitato l’isola, osservando la realtà senza fermarsi alle apparenze, avrà notato contadini, pescatori, tassisti, ristoratori, commercianti e perfino le guide turistiche lavorare in autonomia, con il solo obiettivo di sopravvivere in un Paese dove le retribuzioni (8-20 dollari mensili) non bastano nemmeno per la sussistenza minima. Spirito di adattamento, ingegnosità e caparbietà sono doti che hanno permesso al popolo cubano di non soccombere da quando, nel 1991, la fine delle sovvenzioni della moribonda Unione Sovietica costrinse Fidel Castro a reinventarsi il sistema economico. Come? Aprendo l’isola al turismo di massa, diventato in breve la prima risorsa del Paese.

 

Lavorare in proprio, soprattutto se nel settore turistico, significa anche monetizzare pesos convertibili, equiparati al dollaro, e non pesos cubani (moneda nacional), la valuta con cui lo Stato paga gli stipendi, che ha un valore infimo ed è inutile nelle negoziazioni.
I lavoratori autonomi avranno accesso a istruzione e sanità pubblica, potranno aprire conti bancari autonomi (prima proibiti) e anche chiedere finanziamenti.
Dovranno anche pagare le tasse sui loro profitti e sui dipendenti, e saranno autorizzati a negoziare contratti per fornire servizi al governo.

 

“Dobbiamo porre fine per sempre all'idea che Cuba è l'unico Paese al mondo dove si può vivere senza lavorare”, ha detto il presidente Raul Castro, che già ad agosto aveva rilevato la necessità di ridurre il ruolo dello Stato nell’economia.
In effetti, la libreta de racionamiento, tessera statale che garantisce a tutti i cittadini una razione mensile di alimenti, rende più conveniente non lavorare (magari integrando con qualche lavoretto o “servizio” al turista), piuttosto che rimanere per 10 ore al giorno in una fabbrica o in ufficio in cambio di uno stipendio da fame. Non a caso la libreta, uno dei punti fondanti del welfare cubano, è in odore di abolizione da mesi: il suo costo è altissimo, così come quello della sanità e dell’istruzione, che pure rimangono i punti di forza della Revolución, forse l’unico esempio di giustizia sociale collettiva di tutto il Sudamerica.

 

Così come non si può negare che i 49 anni di embargo statunitense abbiano fortemente ostacolato la crescita dell’economia e impedito lo sviluppo di alcuni settori. Ma le ragioni di una disfatta economica non potevano stare solo nel blocco dell’imperialismo yankee, come i Castro hanno voluto far credere per 50 anni, e gli ultimi provvedimenti ne sono la conferma. Del resto anche la sorprendente dichiarazione del vecchio Fidel, secondo cui il modello economico socialista non è più adatto, “nemmeno per noi”, va in questa direzione. Tuttavia il nuovo modello economico cubano “al quale stiamo lavorando”, ha spiegato il ministro dell'Economia Marino Murillo, sarà impostato “sulle categorie economiche del socialismo e non del mercato”.

di Marco Todarello (16 settembre 2010)

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"Ce la faremo anche stavolta"

 

 

 

"Siamo tutti molto colpiti. Ho parlato proprio ieri con la mia famiglia che vive a Cuba e tutti si stanno chiedendo cosa succederà". Consuelo ha 32 anni e fa l'infermiera in una casa di riposo per anziani alla periferia di Milano. È nata a L'Avana, lì ha studiato. Poi un amore estivo con un italiano, l'ha catapultata in Lombardia, dove risiede ormai da quasi 7 anni. "Ora capisco le ultime dichiarazioni di Fidel. Però il governo tende a tranquillizare. Nessuno perderà il lavoro, dicono". Suo padre, ex rivoluzionario, gestisce con sua mamma e i tre fratelli una casa particular, una sorta di bed&breakfast alla cubana; quindi hanno già sperimentato l'iniziativa privata sulla loro pelle. "Le tasse sono altissime, però si vive sicuramente meglio. E poi è bellissimo aprirsi a gente di ogni parte del mondo. Poter spiegare loro la vera Cuba". Cosa pensi che accadrà ora, le chiediamo. "Ci siamo sempre fidati di Fidel Castro. Siamo riusciti a resistere a un isolamento internazionale crudele e ingiusto. Perché Paesi molto pericolosi hanno commerci con tutto il mondo occidentale? Perché l'Europa e gli Usa fanno affari con i dittatori africani? A Cuba, è vero, siamo poveri, ma se abbiamo un pezzo di pane lo dividiamo tutti insieme. Ce la faremo anche stavolta".

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