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Il neoeletto presidente dell'Honduras cerca l'appoggio dell'Occidente per voltare pagina dopo il golpe di Micheletti
E’ un lavoro di fino quello del nuovo presidente honduregno Porfirio Lobo Sosa, che deve riportare il Paese alla normalità e reinserirlo nel tessuto delle relazioni internazionali dopo il golpe militare e la caduta del governo di Manuel Zelaya. Lobo, 62enne membro del conservatore Partito Nazionale, ha sostituito il presidente ad interim, Roberto Micheletti, scomparso per il momento dalla scena politica. Mentre l’imprenditore-politico di origine bergamasche (tuttora tifa per l’Atalanta) non è mai stato riconosciuto dalla comunità internazionale, Lobo è stato accolto positivamente dagli Stati Uniti, anche se non dal Brasile e da numerosi altri Paesi sudamericani. Inoltre continuano, nella capitale Tegucigalpa e in altre città, le manifestazioni di protesta, con centinaia di migliaia di honduregni nuovamente in marcia per chiedere giustizia contro i golpisti, assolti da un’amnistia generalizzata, e una riforma del Paese che passi attraverso una Costituente.
La strategia di Lobo comunque procede, e può riassumersi per punti: nessun patto coi nemici degli Stati Uniti, conquistare l’Unione europea, trovare un’intesa con la Colombia e magari anche con il Messico. Quindi, prima di tutto, Lobo ha tagliato i rapporti con l’Alba, l'organismo internazionale che riunisce i paesi socialisti (a partire dalle ‘ribelli’ Cuba e Venezuela). Ha ribadito la propria fedeltà agli Stati Uniti e ai numerosissimi contratti commerciali che legano i due Paesi (tra l’altro gli honduregni che vivono in America inviano rimesse alle famiglie per circa due miliardi e mezzo di dollari all’anno). L’interesse è senz’altro ricambiato, visto che alla cerimonia d’insediamento di Lobo, il 27 gennaio scorso, era presente anche il vicesegretario di Stato Usa con delega per l’America del Sud, Arturo Valenzuela. L’obiettivo dell’Honduras è, ora, reinserirsi nell’Organizzazione degli Stati americani (Osa) dalla quale fu sospeso in seguito alla destituzione di Zelaya (spedito fuori dall’Honduras dopo 4 mesi di confino nell’ambasciata brasiliana).
Poi, l’Europa. Sono già ripresi i colloqui per l’accordo commerciale tra Unione europea e America centrale. In cambio, l’Europa chiede a Lobo passi concreti verso il ripristino della legalità nel Paese e delle istituzioni democratiche, ma ha già inviato segnali di distensione partecipando alla cerimonia d’insediamento: erano presenti gli incaricati d’affari dei quattro Paesi con ambasciate a Tegucigalpa (Italia, Spagna, Francia e Germania), più l’incaricato d’affari dell’Unione europea.
Infine, i rapporti con due Paesi strategici: Colombia e Messico. Per il momento, Uribe ha sottoscritto un accordo di cooperazione bilaterale in materia di sicurezza e lotta al narcotraffico che prenderà il via a metà febbraio. Dal canto suo, il Messico si limita a “non escludere” la possibilità di invitare Lobo al vertice del Gruppo di Rio, previsto a Cancún tra il 22 e il 23 febbraio.
Una certa volontà di governare con il più ampio consenso possibile, Lobo l’ha mostrata inserendo nella sua squadra di governo anche tre ex candidati delle ultime elezioni, quelle di novembre, e cercando un accordo di governo con il Partido liberal, la seconda forza politica del Paese.
La stampa latino-americana continua però a mostrare perplessità. Il settimanale messicano Proceso, in particolare, scrive che la consegna del potere a Lobo da parte del presidente de facto, Roberto Micheletti, ha provato definitivamente la vittoria dei golpisti e, quindi, della sconfitta dell’Organizzazione degli stati americani. Tra l’altro la Corte Suprema (la stessa che ha dato il via al Colpo di Stato militare, dichiarando illegittima l’intenzione di Zelaya di modificare la Costituzione al fine di potersi ricandidare alle elezioni) ha definito 'innocenti' i vertici militari che segregarono in casa il presidente, la mattina del 28 giugno scorso, e poi lo condussero con un aereo militare nel Costa Rica. I fatti metterebbero in luce prima di tutto la debolezza dell’Osa, l’Organizzazione degli stati americani, che, decidendo di espellere l’Honduras non ha di fatto prodotto alcun effetto, a parte spianare la strada a Micheletti, mano a mano sempre più sicuro di sé e dell’inutilità delle condanne della comunità internazionale.
Nel frattempo, l’ex presidente Zelaya è volato verso la Repubblica Dominicana insieme alla sua famiglia, promettendo però di far ritorno nel Paese molto presto, e di continuare a lavorare “per la rivendicazione del suo popolo”.
di Michela Dell'Amico
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Il 28 giugno 2009 il presidente democraticamente eletto dell’Honduras, Manuel Zelaya, viene buttato giù dal letto da un commando militare, e costretto all’esilio in pigiama. L’aggressione – ordinata dai giudici della Corte Suprema - sarà condannata dalle Nazioni Unite, dalla Osa (Organizzazione degli Stati americani) e dalla maggior parte degli Stati del mondo. Cosa aveva fatto di tanto grave Zelaya?
Secondo i giudici, aveva attentato alla Costituzione. Proprio il 28 giugno aveva indetto un referendum consultivo per l'elezione di un'assemblea costituente che modificasse la Carta, in modo da consentirsi un secondo mandato, o almeno la possibilità di ricandidarsi alle elezioni (in Honduras non si può correre per il secondo mandato presidenziale). La Costituzione infatti, attraverso articoli non riformabili, fissa in quattro anni la durata della carica presidenziale, attribuendo al solo Parlamento il potere di apportare modifiche costituzionali, e per di più vieta espressamente di variare la durata dell'incarico presidenziale e di abrogare la proibizione del secondo mandato. Poche ore dopo, sempre in quella mattina del 28 giugno, Zelaya viene condotto con un aereo militare nella capitale del Costa Rica. Il congresso honduregno decide di accettare lo stato delle cose e designa, come successore di Zelaya, il presidente dello stesso congresso Roberto Micheletti, che è rimasto in carica fino al termine del mandato in corso, ovvero il gennaio di quest’anno. Le strade sono militarizzate, ma il Paese inizia una serie di scioperi e manifestazioni contro questo strappo. La Comunità internazionale inoltre non riconosce Micheletti Presidente dell'Honduras e le principali personalità politiche statunitense, da Barack Obama a Hillary Clinton, condannano il colpo di Stato.
Il 5 Luglio Zelaya tenta di rientrare con un jet privato partito da Washington (insieme al Presidente dell'Assemblea dell'Onu, Miguel d'Escoto Brockmann), ma i militari impediscono l'atterraggio del velivolo. Ne seguono scontri con i manifestanti giunti a salutare il presidente: i militari aprono il fuoco sulla folla uccidendo due persone.
Certamente Zelaya, implicato in passato nei massacri dei contadini, non merita tutto l’affetto che i suoi concittadini gli mostrano a tutt’oggi, ma era inevitabile, viste le modalità del golpe, la sua ascesa a vittima della democrazia.
