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Obiettivo centrato. Con la firma alla legge contro l'immigrazione clandestina apposta il 23 aprile scorso, il governatore dell'Arizona, la signora Jan Brewer, ha messo al centro del dibattito nazionale la delicatissima questione del controllo dei confini con il Messico. Di per sé la norma approvata è del tutto simile a molte che esistono in Europa, Italia compresa, ma per gli Stati Uniti è stato uno choc. È un provvedimento fortemente voluto dai falchi della destra repubblicana. La legge, oltre a far diventare la clandestinità un reato, prevede che si possa procedere all’arresto immediato di chi non possa provare di essere cittadino americano. In sostanza le forze di polizia locale possono fermare o perquisire tutti coloro che abbiano un aspetto straniero. Di più. Nel caso in questione, tutti coloro che sembrano messicani. E negli anni gli Stati Uniti hanno dovuto fare spesso i conti con gli abusi degli agenti nei confronti di neri, ispanici e asiatici.


La situazione, inutile negarlo, è delicata. L'Arizona è la principale porta d'ingresso del traffico illegale di persone e stupefacenti dal Messico verso gli Stati Uniti. Al confine c'è il deserto. La traversata, com'è noto, è ardua, ma è altrettanto difficile pattugliare la frontiera. Servirebbero migliaia di agenti. Ovviamente con la droga e il passaggio degli irregolari la criminalità aumenta. Il pretesto per approvare la legge è arrivato dall'ennesimo omicidio di un americano che viveva al confine ad opera di un ispanico. Secondo le stime del Centro per l'Immigrazione in Arizona risiedono circa 450mila irregolari su un totale di 6,5 milioni di abitanti (in Italia sono 600mila su quasi 60 milioni di cittadini). Phoenix, la capitale dello Stato, è diventata una città molto pericolosa: si contano moltissimi rapimenti per regolamento di conti tra gang rivali degli stupefacenti.

 

Il Messico ha protestato ufficialmente attraverso la sua Ambasciata a Washington, sostenendo come la norma sia razzista nei confronti dei suoi cittadini e ha minacciato l'interruzione dei rapporti ecomici e turistici con l'Arizona. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Phoenix. Anche la pop star colombiana e libanese Shakira, famosa in tutto il mondo, ha iniziato una campagna mediatica. Il suo slogan è di grande effetto: “Se adesso mi trovassi a Phoenix potrei essere arrestata semplicemente per via del colore della mia pelle e perché non ho con me i documenti, nemmeno la patente. È assurdo”. Nei giorni seguenti le proteste si sono allargate ad un'altra cinquantina di città. Dopo il Messico hanno espresso "viva preoccupazione" il Guatemala, il Salvador e l’Honduras e anche il governo del Nicaragua.


Immediate le reazioni politiche. Il presidente Barack Obama ha alzato i toni, definendo la legge "illegale e ingiusta", mentre il segretario di stato, Hillary Clinton, l'ha subito definita "incostituzionale, perché è un chiaro caso di racial profiling (VEDI BOX). La Casa Bianca ha già messo al lavoro i suoi legali per fare ricorso alla Corte Suprema. Le norme sull'immigrazione sono considerate di indiscussa competenza dello stato centrale. Già nel 2001 i giudici avevano bocciato la norma della California che vietava ai figli degli irregolari di frequentare la scuola pubblica. E molto probabilmente le autorità dell'Arizona, governatore in testa, sanno benissimo che anche la loro legge sarà cancellata. Il problema è che manca negli Usa una legge sull'immigrazione. E negli ultimi anni sono tantissimi gli Stati che hanno cercato, invano, di approvare provvedimenti locali.


La partita è tutta da giocarsi. A novembre ci sono le fondamentali elezioni di medio termine e dopo la vittoria con il via libera alla sua riforma sanitaria, Barack Obama rischia una sconfitta sonante, stretto com'è tra la necessità di mantenere le promesse elettorali fatte alle comunità immigrate e quella di non irritare ampi settori dell'opinione pubblica. Gli americani che vivono negli Stati di frontiera vedono Washington troppo distante dai loro problemi. E se Obama continua a nicchiare, rischia lo scacco matto.

di Francesco Bianco

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Il concetto racial profiling

 

Il racial profiling è una teoria che assegna a un determinato gruppo etnico condotte pericolose, che devono essere quindi seguite con particolare attenzione dalle forze dell'ordine. Accade, ad esempio, dagli attacchi alle Torri Gemelle del 2001 che negli aeroporti chi ha tratti somatici mediorientali venga sottoposto a controlli di polizia molto più frequentemente rispetto al resto della popolazione. Oppure chi ha un nome arabo venga segnalato qualunque sia la sua cittadinanza. Storicamente, comunque, riguarda persone di pelle non bianca. Particolari polemiche ha suscitato negli Stati Uniti per i numerosi abusi commessi dalle forze dell'ordine. Oltre a violare i più elementari principi di eguaglianza, il racial profiling è una delle maggiori cause di fallita integrazione fra comunità, ed è per questo che nelle democrazie più evolute viene combattuto. La polizia viene addestrata a evitare di basarsi sul colore della pelle durante le indagini. Questo perché altrimenti si produce un circolo vizioso, secondo il quale per un cittadino di colore sarà sempre più difficile evitare il carcere, e le comunità di immigrati si riempiranno sempre più di ex galeotti.

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