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Ora che anche 'L'Isola dei Famosi' si è trasferita in Nicaragua, sull’Honduras calerà una coltre di silenzio. L’ironia è d’obbligo, dal momento che nei mesi successivi al golpe del 28 giugno le Nazioni Unite, l’Unione Europea e gli Stati Uniti avevano promesso di ristabilire nel Paese, “con tutti i mezzi”, l’ordine democratico. In particolare Barack Obama aveva chiesto “il ritorno immediato di Mel Zelaya” alla casa presidenziale, ma in poche settimane questa voglia di giustizia è scomparsa dall’agenda della Segreteria di Stato di Washington. La verità è che l’Honduras è piccolo, poverissimo (in Sudamerica il secondo più povero dopo Haiti, con il Pil pro capite di 2,30 dollari e l’analfabetismo al 22%) e oggi strategicamente ininfluente. Era considerato rilevante negli anni ’80, all’epoca del pugno di ferro dell'allora capo della Casa Bianca Ronald Reagan, intenzionato ad arrestare la minaccia comunista proveniente dal Nicaragua. In quegli anni nel Paese si erano stabiliti i contras, militari mercenari pagati dalla Cia per sabotare il governo sandinista in Nicaragua. Non mancarono torture, esecuzioni sommarie e desaparecidos tra gli honduregni che osarono schierarsi dall’altra parte. Oggi l’Honduras ha 7 milioni di abitanti, vanta una natura incantevole e una storia affascinante: è secondo solo al Guatemala per gli insediamenti e i reperti della civiltà Maya, e Copán è in assoluto la città conservata meglio. Un turismo responsabile, unito alla ridistribuzione delle risorse, sarebbe un buon impulso a risollevare le sue sorti (Vedi le immagini).


Tuttavia i mesi seguiti al colpo di Stato di Roberto Micheletti hanno fatto sprofondare il Paese in un nuovo Medioevo. I dati della Banca Mondiale dimostrano che il Pil è sceso da circa 14 a 12,8 miliardi di dollari in soli sei mesi, a causa della sospensione delle relazioni commerciali decisa da alcuni governi. La repressione poliziesca ha causato 133 morti (secondo i dati del CODEH, Comitato per la difesa dei diritti umani), più un numero imprecisato di feriti e di arresti sommari. L’ultima vittima risale a pochi giorni fa: si tratta del giornalista televisivo Nahún Palacios, ucciso a colpi di mitra da killer che lo hanno atteso sull’uscio di casa. Palacios si era apertamente schierato contro i golpisti e più volte aveva subito minacce, interrogatori e perquisizioni.


La comunità internazionale si aspettava un ritorno alla normalità con le elezioni del 29 novembre scorso, ma almeno la metà degli honduregni non ha mai creduto in quel voto, celebrato nell’anomalia del golpe in atto, e lo ha dimostrato con un astensionismo che ha sfiorato il 50%. L’elezione alla casa presidencial di Porfirio “Pepe” Lobo, ricco imprenditore agricolo 62enne, è stata contestata da molti Paesi latinoamericani, Venezuela in testa. Lobo, che alle presidenziali del 2005 aveva basato la campagna elettorale sulla sicurezza, auspicando il ripristino della pena di morte, questa volta ha puntato nel suo programma su un poco chiaro “sviluppo economico” e ha promesso l’avvio di un “dialogo nazionale” con gli oppositori.


«Uno dei primi atti del governo golpista fu espellere i 50 pedagogisti cubani in forza al programma di alfabetizzazione “Sì, se puede” – racconta Vita Randazzo, regista di origini italiane – oltre a congelare alcuni fondi destinati all’educazione e all’agricoltura. Lobo ha mantenuto lo status quo, il che conferma anche i nostri dubbi verso la presunta buona fede di questo nuovo esecutivo».

"Oggi non ci sono più le manifestazioni di protesta quotidiane – continua Randazzo – siamo tornati a una finta normalità”. Ma chi alza la voce rischia moltissimo e non sappiamo come immaginare il nostro futuro".


Un’altra decisione di Lobo quantomeno sospetta è la nomina di Romeo Vázquez Velázquez, ex capo delle forze armate golpiste, alla presidenza di Hondutel, l’impresa nazionale telefonica. "L’unica azienda statale in attivo, la più ricca", sottolinea Randazzo.


E non è  un caso che l’ultimo provvedimento del governo ad interim di Micheletti fu l’approvazione di una legge di “amnistia per i delitti politici e comuni” commessi negli ultimi due anni. Il decreto fu approvato con il voto dei soli deputati del Partido Nacional, tra le proteste dell’opposizione e dei rappresentanti della società civile, proprio la notte prima dell’insediamento di Lobo, il 27 gennaio. Quel giorno, dopo il discorso del neopresidente nello stadio di Tegucigalpa, 10 mila honduregni si precipitarono all’aeroporto per salutare Mel Zelaya, l’ex presidente che all’alba di un giorno di giugno fu prelevato da casa sua in pigiama e spedito in esilio in Costa Rica. Dopo il lungo confino nell’Ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, oggi da un altro esilio, nella Repubblica Dominicana, cerca di continuare la sua lotta per la verità.


Ma è troppo tardi. Zelaya ha pagato cara la sua voglia di cambiamento perché voleva tutto e subito, e l’oligarchia economica honduregna, da sempre vera burattinaia della politica, non ci stava. Il referendum costituzionale con cui proponeva di aumentare a due i possibili mandati presidenziali, fu comodo ai suo oppositori per giustificare il golpe, ma in realtà era altro che li preoccupava: Zelaya aveva presentato un disegno di legge per raddoppiare il salario minimo, portandolo a 6.000 lempiras (230 euro), suscitando le ire degli imprenditori e in particolare di una famosissima multinazionale delle banane, che ha nel Paese gran parte delle piantagioni. Aveva presentato un progetto di riforma agraria in senso cooperativista, e avviato accordi commerciali con il Venezuela. L’amicizia con Chavez non gli ha giovato: più volte è stato accusato di voler instaurare un “regime comunista” nel paese.    


Proprio in questi giorni il presidente Lobo ha firmato un documento, davanti al segretario di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton, che autorizza Zelaya a rientrare nel Paese con la garanzia che “non sarà accusato di alcun delitto politico”.


«Ma l’occasione ormai è persa – dichiara Andrés Pavon Murillo, presidente del CODEH – si è spezzato il sogno di un futuro di giustizia sociale».

di Marco Todarello

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Il graffio di Allan McDonald

 

Dissacrante, sarcastico, acuto come pochi, Allan McDonald è tra i vignettisti più letti e stimati del Centroamerica. Per lui che non ha mai nascosto le sue idee progressiste, quel cognome suona un po’ come un ossimoro, soprattutto perché è tutt’altro che diplomatico quanto a critiche nei confronti della politica estera degli Stati Uniti. Come vuole la tradizione della satira, McDonald predilige dei tipi umani (il contadino disperato, il lavoratore, il mendicante filosofo, il bambino innocente e curioso, il potente di turno, sempre obeso e circondato da piatti traboccanti di cibo) che nelle sue vignette diventano i punti di riferimento per raccontare la realtà. Attacchi al potere, indignazioni, critiche di una società come quella honduregna, dove meglio che altrove in Sudamerica è evidente la distanza siderale che intercorre tra i pochissimi amministratori e l’oligarchia economica da un lato, e la massa di disperati dall’altra. Allan McDonald ha 35 anni e attualmente vive in esilio volontario in Costa Rica. Una scelta obbligata, visto che c’era anche lui nella lista nera dei golpisti. Nei suoi disegni Micheletti era diventato “Gorilletti”, ritratto con sembianze scimmiesche. La notte successiva a quella in cui l’esercito fece irruzione nella casa presidenziale, un plotone entrò in casa sua e lo trasferì di forza in una caserma insieme a sua figlia di soli 17 mesi. Il giorno dopo fu liberato in seguito alle pressioni internazionali. Nel panorama della stampa honduregna, completamente asservita ai poteri, la voce di McDonald è una delle poche indipendenti. Il coraggioso direttore di El Heraldo, giornale della destra radicale, si è tuttavia sempre battuto per ospitare le sue vignette in prima pagina nonostante le pressioni della proprietà. McDonald pubblica i suoi disegni anche per il quotidiano “La Opiniòn” e altre riviste internazionali. "Disegnare questi pupazzetti è per me la vita intera – scrive McDonald sul suo sito ufficiale – è per non morire: né di fame, né di tristezza".

 

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