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Nonostante la firma di una bozza di pace tra il presidente al-Bashir e il Jem, centinaia di civili sono stati uccisi a Jebel Marra. Il nodo del possibile cessate-il-fuoco passa attraverso i gruppi ribelli minori
Si temono centinaia di civili uccisi negli scontri che sono scoppiati in Darfur tra l'esercito regolare di Karthoum e i ribelli del Sudan Liberation Army una settimana dopo la storica firma di un primo accordo di pace in Qatar tra il presidente al Bashir e il Jem, il Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza, il più forte gruppo di ribelli del martoriato Paese africano. I più preoccupati sono gli Stati Uniti, che hanno chiesto alle parti in causa di fermare immediatamente le violenze, ma soprattutto di permettere alla Missione della Lega Africana e dell'Onu di entrare a Jebel Marra per verificare la situazione umanitaria e riportare la calma. Le Nazioni Unite parlano di molti feriti tra la popolazione. Tantissimi i civili in fuga: fonti Onu sostengono che sono 40 mila le persone che sono scappate dall'area di Deribat. Il copione rimane quello già recitato davanti ad ogni strage.
Da una parte il comandante dello Sla, Suleiman Marajan, ha sostenuto che sono stati i bombardamenti del governo ad uccidere almeno 170 civili solo intorno a Deribat, ma ce ne sarebbero molti altri in diverse città. Dall'altra parte, l'esercito sudanese nega di aver attaccato la regione montuosa di Jabel Marra, puntando il dito contro i ribelli: sono stati loro a colpire i residenti. E in assenza di organismi indipendenti, che nessuna delle due parti in lotta vuole far arrivare nella zona, non si riesce a capire cosa sia realmente successo.
Le notizie che arrivano dal Darfur hanno depresso il cauto ottimismo della comunità internazionale seguito dall'annuncio della fine delle ostilità il 23 febbraio scorso. La preoccupazione è crescente visto che tra un mese ci saranno le elezioni generali. Il presidente Omar Hassan al-Bashir aveva dichiarato che la guerra era finita dopo aver siglato una bozza di accordo con il Movimento Giustizia ed Eguaglianza, bozza che dev'essere perfezionata con la firma di un vero e proprio accordo di pace il 15 marzo.
Subito dopo la firma avvenuta in Qatar, il Sudan aveva fatto ben sperare sulle sue intenzioni con la liberazione di una sessantina di miliziani catturati nel 2008 nella capitale Karthoum. E al-Bashir si era lasciato andare a promesse importanti: far entrare nel prossimo governo anche membri dei gruppi ribelli. Di più; il presidente aveva dichiarato: "Ora che la guerra in Darfur è finita dobbiamo concentrarci sulla battaglia per lo sviluppo". Alla cerimonia davanti a rappresentanti di Onu, Usa e Paesi dell'area, Khalil Ibrahim, leader del Jem, era stato invece più prudente, dichiarando che l'accordo era un importante passo avanti, ma che "la strada della pace ha bisogno ancora di molta pazienza e di diverse oneste concessioni da entrambe le parti". I due, un tempo acerrimi nemici, si sono stretti più volte le mani fino ad abbaracciarsi.
Ora il tentativo delle diplomazie è riuscire a coinvolgere nel Trattato, non solo il Jem, ma anche gli altri gruppi ribelli, ma il Movimento di Abdel Wahid ha già rifiutato l'accordo, chiedendo di stabilire prima un cessate-il-fuoco duraturo. Il Jem, l'unico a firmare, ha chiamato a raccolta gli altri gruppi per cercare una strategia comune per spingere il governo del Sudan a fermare il conflitto che dura ormai da 7 anni. La guerra, che vede lo scontro tra i capi tribù africani e il governo d'ispirazione islamica di Karthoum, ha ucciso 300 mila persone e provocato la fuga di quasi 3 milioni di persone.
Il problema quindi ora è unire il frammentatissimo universo dei miliziani. Tijani Seisi guida il Movimento per la Liberazione e la Giustizia, che a sua volta raccoglie dieci piccoli gruppi di ribelli. Molto divisi tra loro. Seisi ha annunciato che sta lavorando a un accordo con al Bashir da presentare nei prossimi giorni. Quindi sta lavorando a un accordo diverso da quello firmato dal Jem. Il Movimento per la Liberazione del Sudan ha rifiutato di firmare la bozza di pace, sostenendo che si tratta solo di un contratto che mira ad assicurare posti nel governo centrale agli uomini del Jem. Il loro leader Adel Wahed Mohamed el-Nur è stato categorico: "La pace non è ottenere un ministro. La pace è il sentimento del mio popolo, al quale io appartengo. Il popolo vuole sentirsi sicuro. Noi abbiamo la nostra legittimazione dalla nostra gente. Nessuno può escluderci". El-Nur vive in Francia per sfuggire agli attentati ed è molto popolare soprattutto tra la comunità dei rifugiati del Darfur.
di Francesco Bianco
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Un altro serio ostacolo alla pace nell'area è rappresentato dai rifugiati, in fuga da sette anni di guerra civile. La situazione è ormai esplosiva nel Ciad orientale, dove sono 203 mila i civili che hanno cercato di salvarsi dal conflitto. Stipati in appena 11 sovraffollati campi di accoglienza, continuano ad arrivare dal confinante Darfur. I profughi stanno mettendo a dura prova le già scarse risorse del Ciad, che è uno dei Paesi più poveri al mondo. Cominciano ad arrivare notizie di scontri etnici. La condizione dei bambini è quella più allarmante. A occuparsene c'è l'Unicef, che nei campi profughi del Ciad sta predisponendo scuole di emergenza, alle quali sono già stati iscritti 44.000 bambini. Le scuole sono importanti soprattutto per fornire ai bambini un ambiente sereno e al riparo dalle minacce e dal clima violento del conflitto. In realtà però le scuole non sono importatni solo per i bimbi del Darfur: molto scuole nel Ciad hanno chiuso per mancanza di fondi e quindi quelle dei campi profughi vengono aperte anche ai bambini del Ciad. Le scuole non solo come luogo per imparare a leggere e scrivere, ma per salvarsi la vita. Possono offrire infatti una fonte di acqua sicura e un luogo di igiene protetta, bene raro e prezioso nel Ciad orientale. Intorno ai campi si sono registrati già centinaia di casi di epatite B e anche decessi imputabili all'acqua impura. Nelle ultime settimane sono stati confermati casi di meningite.


