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Uno dei Paesi più poveri del mondo, ma anche uno dei più ambiti dalle multinazionali per i giacimenti di uranio. Ora il colpo di stato, che gode dell'appoggio di gran parte della popolazione
L’ennesimo golpe che vede protagonista uno stato africano. L’ennesimo colpo di Stato che difficilmente potrà cambiare una situazione insostenibile. Questa volta a entrare in azione è stato l’esercito del Niger. Le truppe, guidate dal maggiore delle esercito Adamou Harouna, lo scorso 18 febbraio hanno assediato il palazzo presidenziale, imprigionato il presidente Mamadou Tandja, esautorato il governo e cancellato la Costituzione. Da tempo il Paese viveva momenti di forte tensione politica e l’escalation ha raggiunto il suo massimo quando il capo di Stato ha deciso di modificare la legge nazionale per poter prolungare il proprio potere ben oltre il secondo mandato (dieci anni in totale), oramai volto al termine.
Il Niger è un Paese con tante contraddizioni: è al secondo posto nella graduatoria mondiale della mortalità infantile e, in quella della povertà, è al 174esimo posto su 177 Stati. Ma è anche il terzo esportatore di uranio al mondo. Una ricchezza che finisce nelle tasche di pochi, anziché trasformarsi in volano per lo sviluppo economico e il benessere degli oltre tredici milioni di nigerini. Nonostante le riserve del prezioso metallo, le condizioni della popolazione non mutano: più di un bambino su 4 muore entro il quinto anno di età e il 40% dei minori soffre di malnutrizione e ritardi nella crescita (fonte dati: Unicef). Diarrea, tifo ed epatite A restano tra le cause principali del decesso dei più piccoli. Grande circa quattro volte l’Italia, il Niger è composto prevalentemente da lande desertiche e dune di sabbia: soltanto il 3,5% delle sue terre sono coltivabili e il 90% dei nigerini vive di agricoltura e pastorizia, due attività che non vanno oltre la sussistenza. A complicare il quadro, la desertificazione e l’erosione del suolo che minacciano le riserve idriche.
Tre anni fa, nel nord del Paese è nato il Mnj, il Mouvement des Nigériens pour la Justice. Composto da ribelli armati, in maggioranza di etnia Tuareg, il movimento ha dato vita a una guerra civile, chiedendo maggiore indipendenza per la regione, accusando il governo di corruzione e del mancato investimento delle risorse provenienti dalla vendita dell’uranio in servizi e infrastrutture per il Paese. Le riserve di metallo sono fondamentali per il funzionamento delle centrali nucleari e fanno gola alle grandi potenze. Prima fra tutti la Francia (dalla cui colonizzazione il Niger si liberò soltanto nel 1960), con il colosso Areva, ma l’ormai ex presidente Mamadou Tandja negli anni ha elargito nuove concessioni a compagnie cinesi, giapponesi, indiane, australiane, canadesi e britanniche. E con l’aumentare delle estrazioni, sono cresciuti i siti di stoccaggio di rifiuti radioattivi, molti dei quali a cielo aperto con danni irreparabili.
Durante gli anni degli scontri con il Mnj, l’esercito nigerino si è reso protagonista di massacri efferati, violenze atroci sulla popolazione, al punto da essere stato più volte condannato dalle organizzazioni umanitarie internazionali.
Questo clima esasperato ha causato la guerriglia che si è consumata negli ultimi giorni nella capitale Niamey, e che ha portato al rovesciamento del presidente. Le potenze internazionali hanno condannato il colpo di stato, ma viene il sospetto che più che alla tutela dei nigerini stiano pensando a quella dei propri interessi economici nello Stato africano.
di Simona Volta
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