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Presto l'Africa potrebbe avere un Paese in più e non sarà indolore. Dopo decenni di guerra civile e il trattato di Addis Abeba che, nel 2005, ha stabilito la pace tra Nord (musulmano) e Sud (cristiano animista), il Sudan si appresta a gestire un referendum che potrebbe far esplodere una situazione già difficile: si deciderà per la secessione del Sud dallo Stato centrale.
La parte meridionale del Paese è grande quanto la Francia e conta 10 dei trenta milioni di abitanti totali. Sulla carta, la consultazione - che si svolgerà il 9 gennaio prossimo e coinvolgerà solo le popolazioni del Sud - è semplicemente parte integrante degli accordi di pace sostenuti dall’UNMIS, la commissione delle Nazioni Unite istituita in Sudan 5 anni fa.
Ma, nonostante i progressi ottenuti, il Governo di Khartoum e il SPLM – il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese, ora al potere nel sud del Paese - non sono riusciti a creare un’atmosfera di fiducia reciproca come base per il superamento di divergenze, odi e rancori, per formare una solida unione federalista. Così gran parte della popolazione si prepara, terrorizzata, al fatidico voto: nelle strade pullman pieni di cittadini del Sud - che dopo il 2005 si erano trasferiti a Kathoum per studio o lavoro - stanno lasciando il Nord del Paese, intimoriti dalle possibili violenze che potrebbero esserci in caso d’indipendenza del Meridione.
Sono troppi i fattori in gioco: come in qualsiasi separazione c’è da operare una spartizione dei beni comuni e, nel caso del Sudan, questa riguarda terre contese, pozzi petroliferi e ricchezze naturali. Sulla carta, Nord e Sud sarebbero a favore della secessione: i meridionali si sentono ora cittadini di serie B, e i settentrionali sarebbero contenti di disfarsi dei fratelli più poveri. Solo che entrambi sono convinti che la propria porzione di terra sia quella a cui debba andare la ricchezza effettiva del Paese, ovvero il petrolio.
Il presidente Omar Al Bashir ha assicurato che accetterà qualunque scelta espressa dal voto , ma da un punto di vista economico sembra poco credibile: le riserve dell'oro nero, equivalgono a 6,3 miliardi di barili e sono la terza area petrolifera del continente. Il 75% è nel Sud. Così come sembra poco convincente da un punto di vista politico: un Sud Sudan indipendente avrebbe un grosso impatto per altri movimenti indipendentistici come quelli nel martoriato Darfur.
Non basterebbe, quindi, alla pace che il Sudan accettasse un’eventuale secessione, ma dovrebbe acconsentire anche di perdere le zone contese come quelle di Abyei, Sud Kordofan, Nuba e Nilo Blu: il cuore della produzione petrolifera. E la gente ha paura di un nuovo conflitto.
Un nuovo stato indipendente in quella zona dell’Africa non avrebbe solo Khartum come nemico: l’Egitto, per esempio, non vedrebbe di buon occhio l’ennesimo Stato indipendente che rivendica lo sfruttamento delle acque del Nilo. Dall’altro fronte, potrebbe esserci il coinvolgimento dell’Uganda che ha sostenuto, durante la guerra civile, il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese. L’effetto domino di un possibile conflitto potrebbe trascinare anche la Repubblica Democratica del Congo, il Rwanda, il Kenya, la Tanzania, l’Etiopia… insomma: ci sono alte possibilità che ci sia una ripresa del conflitto in Sudan, ma questa volta potrebbe trasformarsi in una guerra panafricana.
di Angiola Bellu (2 dicembre 2010)
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Gli accordi di pace del 2005 - seguiti agli oltre vent'anni di guerra civile che ha causato due milioni di morti - hanno garantito al Sud Sudan un governo e parlamento autonomi e hanno tracciato la strada per l'indipendenza da stabilire con il referendum. In caso di vittoria del sì, il Sud avrebbe anche propri organi di politica estera e di difesa. Gli Stati Uniti, che hanno appoggiato il Governo del Sudan meridionale affinché la data del referendum venisse rispettata, hanno addestrato le forze armate dell’ SPLM perché, da semplice movimento di guerriglia, si trasformasse in un vero esercito nazionale. Ma il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha parlato di pericolo per tutto il continente. La Cina ha cercato di spostare la data del voto, non vedendo di buon occhio la possibile secessione: le autorità di Pechino hanno paura che possa portare a una crisi politica nel Paese, che come conseguenza, potrebbe scatenare una nuova guerra civile e danneggiare così gli interessi economici cinesi nella regione.


