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Il governo del Mozambico ha appena confermato una nuova misura per far fronte al rialzo del prezzo del grano: ogni sacco di farina da 50 chili costerà 200 meticais in meno (circa 4 euro). È l'ultima di una serie di agevolazioni che Maputo sta lanciando, dopo che all'annuncio di rialzi di pane, riso, carburante, acqua ed elettricità, la gente è scesa nelle strade per protestare l'1, il 2 e il 3 settembre. Le manifestazioni sono presto degenerate in scontri, con negozi assaltati, traffico bloccato, auto e pneumatici incendiati. La polizia ha reagito con violenza. Risultato: 13 persone sono morte, alcune centinaia i feriti, 300 gli arrestati con l'accusa di aver organizzato le proteste via sms. Gli scontri si sono concentrati nei quartieri più periferici della capitale; violenti cortei anche a Matola, una decina di chilometri più a sud, e a Chimoio, 760 km più a nord.
Le proteste nel frattempo sono rientrate con la promessa di indagini sulle morti durante le manifestazioni e riportando i prezzi dei beni di prima necessità ai livelli precedenti gli aumenti. Non è chiaro però da dove stiano arrivando questi fondi e fino a quando potranno durare i sussidi alla spesa dei cittadini.
I cortei contro il carovita stanno diventando un fenomeno ciclico in Mozambico: nel marzo 2008 fu l'aumento del costo del carburante la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza dei mozambicani; le proteste portarono vittime e feriti. Nel 2009 ci furono nuove manifestazioni, sempre per lo stesso motivo.
Paesi donatori e Nazioni Unite lodano da anni i risultati ottenuti dal governo: scuole, strade, ospedali, elezioni senza incidenti, una crescita economica tra il 7 e l'8% l'anno. Ma con un sistema scolastico e un servizio sanitario inefficienti, e il 65% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà, sembra proprio che lo sviluppo sia solo sulla carta. O meglio: la ricchezza nel Paese è arrivata, ma solo per una ristretta élite. A Maputo in pochi anni sono sorti grandi centri commerciali, e gli scaffali dei negozi si sono riempiti di schermi piatti, computer portatili e cellulari all'ultima moda. Il numero di auto nella capitale è cresciuto a dismisura in pochi anni, rendendo impossibile attraversare la città nelle ore di punta, proprio come in una vera città moderna. Solo pochi possono però permettersi questi beni di lusso.
I dati sul tanto decantato sviluppo sono inoltre distorti dall'imponente flusso di aiuti umanitari, dei quali alla popolazione arrivano solo le briciole. Il rapido passaggio da un'economia pianificata di stampo socialista a una di mercato ha di fatto aumentato le disuguaglianze sociali.
Il Paese inoltre è fortemente dipendente dalle importazioni: per esempio, produce solo il 30% del grano e meno della metà delle 600 tonnellate di riso di cui ha bisogno in un anno. Il Sudafrica, grazie alla vicinanza, è il principale esportatore. E sull'aumento del costo della vita incide anche la recente svalutazione del metical sul rand sudafricano, oltre all'impennata del prezzo del grano sul mercato internazionale.
Senza riforme strutturali e a sostegno dell'agricoltura e dell'industria nazionali, nonché una seria lotta alla corruzione, le iniziative del governo per far fronte alle ultime proteste rischiano quindi di essere una toppa troppo piccola per uno strappo così grande.
di Sara Milanese (23 settembre 2010)
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Il Mozambico è terra d'affari, non per niente il presidente Guebuza è soprannominato Guebusiness. Il Paese sta rinascendo, ma sono sempre straniere le imprese che vincono i migliori appalti: i cinesi stanno ricostruendo strade e ponti, i sudafricani stanno impiantando resort e centri turistici lungo le splendide spiagge, non ancora meta di turismo di massa. E sempre al Sudafrica viene venduta, a prezzi stracciati, l'energia prodotta dalla diga di Cahora Bassa, nella provincia nord occidentale di Tete, che da sola basterebbe al fabbisogno di tutto il Paese. Non è l'unico affare in terra mozambicana: alluminio, carbone, legname, terra fertile, e ora anche petrolio nel nord, a Cabo Delgado, per cui è in corsa anche l'italiana Eni. I porti naturali che guardano ad est sono frequentati da secoli da arabi e indiani, che hanno in mano i commerci maggiori del Paese. Insomma, un El Dorado per molti. Tranne che per i cittadini, che da decenni non vedono migliorare il proprio tenore di vita.


