news
africa
Per il Sudan, i prossimi quattro mesi potrebbero essere un periodo “make-or-break”, un'espressione utilizzata dalla stampa americana e traducibile in italiano come “o la va o la spacca”. Secondo alcuni mezzi di comunicazione a stelle e strisce, infatti, il tormentato Paese africano a netta maggioranza musulmana avrebbe ormai esaurito il tempo a disposizione prima di piombare in un disordine ancora più grave di quello attuale.
E il presidente-colonnello Omar Hassan Al Bashir avrebbe un solo modo per placare l'ostilità della comunità internazionale, lui che è ritenuto responsabile dalla Corte penale internazionale (Cpi) delle atrocità commesse dai guerriglieri Janjaweed nella regione del Darfur: quello di dare un effettivo impulso al processo di pace. L'appuntamento che potrebbe determinare una svolta positiva nella storia del Sudan è il referendum per l'indipendenza della regione del Sud Sudan, previsto per l'inizio del 2011. Sempre che Bashir decida di rispettare quanto previsto dall’Accordo di pace comprensivo (Cpa) siglato nel 2005 fra il Governo di Khartum e i ribelli. Il presidente conferma la propria disponibilità, ma non mancano segnali di senso contrario.
Innanzitutto, non hanno dato stabilità al Paese le elezioni per il rinnovo del Parlamento e della Presidenza nazionali e regionali (Sud Sudan), tenutesi nel mese di aprile scorso. In particolare, fra voci insistenti di brogli e irregolarità, il presidente uscente Al Bashir è stato confermato alla guida del Sudan con il 69% dei consensi. Al secondo posto si è piazzato Yasser Arman, candidato degli ex ribelli del Movimento per la liberazione del Sudan (Splm), formazione politica ormai entrata a far parte della compagine di Governo. Al leader del Splm, Salva Kiir Mayardit, la presidenza delle regioni del Sud del Paese.
Il voto era stato preceduto da una tregua fra Khartum e i ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), il maggiore gruppo - ma non il solo - insorto in Darfur a difesa dei diritti della regione confinante con il Ciad. Anche l’accordo di pace, firmato in Qatar, con N’Djamena, da sempre considerata alleata del Jem, aveva fatto ben sperare.
Eppure i combattimenti fra le forze armate di Khartum e altri gruppi ribelli, fra cui l’esercito di Liberazione del Darfur (Sla/Slm), non si sono mai fermati. Così come ai cittadini delle aree più impervie del Paese non è stato possibile recarsi alle urne.
Ora gli Stati Uniti, impegnati in uno sforzo diplomatico senza precedenti, minacciano nuove sanzioni nei confronti del Sudan se il governo centrale non dovesse garantire il referendum, ma soprattutto non accettasse negoziati seri con il governo del Sud Sudan nell’arco dei prossimi 120 giorni. Il fatto è che anche se l’appuntamento alle urne si svolgesse correttamente e, come prevedibile, la regione meridionale, ad ampia maggioranza cristiana, si staccasse da Khartum, lo scenario immaginato non sarebbe rassicurante. Gli osservatori internazionali temono una vera e propria guerra civile. Per discutere della cosiddetta “bomba a orologeria” del referendum Sud sudanese, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà in seduta speciale il prossimo 24 settembre.
Se le pressioni Usa non fossero efficaci potrebbero invece avere esito positivo quelle interne al Continente africano o al mondo arabo. Al momento, ufficialmente, il presidente sudanese è difeso dalla Lega Araba, dall’Unione Africana e dall’Organizzazione dei Paesi islamici, ma dietro le quinte è probabile che Omar Al Bashir sia sollecitato dagli alleati a riprendere il percorso del processo di pace chiudendo i fronti interni ed esterni: quello con la grande regione del Sud, a maggioranza cristiana e animista; quello con i ribelli del Darfur e dell’est. Sarà decisiva l’opera della diplomazia egiziana, che conserva per ragioni storiche ed economiche forti legami con il Sudan. Per Il Cairo, l’indipendenza del Sud Sudan pone delle incognite perché non è detto che il nuovo Stato rispetti gli accordi sullo sfruttamento delle acque del Nilo, favorevoli all’Egitto e accettati da Khartum. Se indipendenza dovrà essere dunque, meglio che sia gestita passo a passo, e non lasciata al controllo di Paesi extracontinentali.
di Federica Zoja
{ 0 Commenti }
Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.
I ricchi giacimenti sudanesi di greggio sono all'origine di molte delle vicende politiche interne e internazionali che vedono il regime di Khartoum coinvolto. Per esempio le accuse del tribunale internazionale al Presidente Omar Al Bachir per la guerra in Darfur, con la richiesta di arresto, da parte del tribunale internazionale dell'Aja, del leader sudanese per crimini di guerra e con la ripetuta richiesta all'Onu di una risoluzione che vari sanzioni al regime sudanese. Omar Al Bachir le merita tutte, ma non si può negare che l'accanimento internazionale abbia anche altre cause oltre che il rispetto delle convenzioni internazionali. A questo proposito gli schieramenti sono evidenti: in consiglio di sicurezza, sulla questione sudanese, è la paralisi dovuta al fatto che la Cina, ogni volta che si parla di sanzioni contro Khartum, minaccia il veto. Il conflitto per il petrolio del Sudan è anche in buona parte responsabile della regionalizzazione della crisi, cioè del coinvolgimento del vicino Ciad del presidente Idris Deby. Quest'ultimo, caldeggiato probabilmente dalla Francia, ex madre patria con grande influenza nel Paese, ha ospitato e sostenuto il Jem, principale movimento guerrigliero sudanese anti governativo protagonista di un clamoroso attacco, nel 2007, alla capitale Khartoum. Attacco restituito poi da un movimento guerrigliero anti ciadiano sostenuto e ospitato oltre frontiera, nel Darfur, dal governo sudanese. Anche in questo caso i guerriglieri arrivarono fino alla capitale Ndjamena e alla Francia toccò salvare, con i propri paracadutisti, il regime di Idris Deby.


