banner-permicro
In Primo Piano Editoriale Reportage News Rubriche MediaCenter Sondaggi Eventi Archivio Contatti Free Press

news
africa

 

Share |

Il Sudan accusa le forze Onu di armare i ribelli. Le Nazioni Unite denunciano Khartoum di boicottare la forza internazionale. Sempre più intricata la guerra che ha prodotto "la crisi umanitaria più grave del mondo"

Foto di

Il Sudan è il più grande Paese africano, ricco di risorse naturali, vittima per decenni (sino all’accordo di pace globale, Cpa, del 2005) di una sanguinosa guerra civile che ha visto contrapposti il nord musulmano al sud animista e cristiano. Dal 2003 “uno degli incubi peggiori della storia recente” – sono parole dell’Onu - si è concretizzato nella regione occidentale del Darfur (in arabo 'Paese dei Fur') attraverso una guerra civile che ha prodotto due milioni di profughi e ucciso  quattrocentomila civili. È nel Darfur che, secondo l’Unicef, si consuma la più grave e complessa crisi umanitaria attualmente in corso nel mondo. Le aree più critiche del conflitto sono i territori del Darfur occidentale, lungo il confine con il Ciad, dove l’assenza di condizioni di sicurezza ha ostacolato anche l’accesso degli aiuti umanitari. La missione di peacekeeping nella regione è stata a lungo richiesta e a lungo contrastata. La difficoltà e l’ambiguità che accompagnano le missioni di pace internazionali, in questa regione del Sudan grande come la Francia, sono ancora più pesanti: l’Onu accusa il Sudan di continuare a boicottare la forza internazionale, il governo di Khartoum accusa le forze di peacekeeping di armare i ribelli. Intanto è di questi giorni l’assunzione di nuove prove sulle «intenzioni di genocidio» da parte del tribunale dell’Aja  contro il presidente sudanese Al Bashir, su cui pende già un mandato di cattura per la responsabilità dei crimini commessi durante la guerra in Darfur.

 

Abbiamo fatto il punto con il professor Calchi Novati, titolare all’Università di Pavia della cattedra di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici.
Come è nato l’intervento internazionale in Darfur?
Si è discusso per mesi sulle parole da usare nella risoluzione che doveva stabilire questa forza d’intervento; con le spinte dei Paesi occidentali e le resistenze da parte di Cina e Russia.

 

Alla fine cosa si è fatto?
Si è fatto poco: è rimasta in gioco la forza dell’Unione Africana; debole per mezzi, logistica e intelligence. Quindi tutto l’entusiasmo delle potenze occidentali si è un po’ smorzato.

 

Con quali presupposti la forza internazionale è andata in Darfur?
Col presupposto errato che fosse sufficiente una forza d’interposizione per porre fine alle violenze. Nel Darfur ci sono continui attacchi da ambo i fronti, difficili da controllare. Il rapporto della commissione Cassese ha messo in evidenza anche i crimini commessi dai ribelli. La forza di peacekeeping aveva dei compiti difficilissimi. L’impegno è stato scarso e i risultati deludenti.

 

Cosa c’entra il conflitto in Darfur con la guerra classica tra nord e sud del Paese, iniziata negli anni Cinquanta del secolo scorso?
Quella guerra nasce con una forte componente etnico religiosa. Contrapponeva un nord arabo islamico, proiettato verso il mondo arabo, alle province del sud abitate da popolazioni nere in parte cristianizzate, attirate dalle logiche politiche dell’Africa dei Laghi. All’inizio l’idea era quella di un governo federale, senza cavalcare fenomeni secessionisti. Oggi il governo sudista è più orientato alla secessione. La questione del Darfur è una specie di “effetto collaterale” della guerra nord sud e, paradossalmente della pace tra nord e sud.

 

Perché?
Quando il sud ha ottenuto tantissime concessioni in tema di autonomia e di gestione delle proprie risorse, il Darfur che fino allora aveva avuto una posizione defilata rispetto al governo centrale, ha avanzato le proprie istanze. E’ una zona di transito dei traffici (leciti e illeciti) inter-sahariani. Storicamente aveva fatto parte più degli stati centrali dell’Africa che dell’area sudanese.

 

Come è avvenuta la centralizzazione del potere in Darfur?
Con una dinamica che ha poi portato il disastro: il governo ha cercato di stanzializzare i nomadi, ha dato le terre agli arabi anziché ai Fur, più interessati al commercio che all’agricoltura. I movimenti darfurini, non secessionisti all’origine, quando hanno visto l’ampio riconoscimento e autonomia concessi al sud, hanno cominciato a pretendere un trattamento simile, mettendo in allarme il governo di Khartum.

 

La religione, in tutto ciò, che ruolo ha giocato?
In questo processo si è innescato anche il fondamentalismo: anche se il governo di Khartum è espressione di un partito politico integralista, c’è, di fatto, la possibilità che dietro il Jem, uno dei movimenti di ribellione del Darfur, ci siano gli integralisti più esasperati, che rimproverano a Bashir di non aver applicato con severità l’ortodossia coranica.

 

Ci sono dinamiche complesse e contradditore…
Sì, ma alla lunga è un problema di controllo delle risorse e del territorio. Di autogestione delle proprie ricchezze: l’acqua soprattutto, e il petrolio di cui il Darfur è ricco come tutto il Sudan.

 

 

Torniamo alle missioni di peacekeeping e al loro rapporto con il governo di Khartum.
Bashir ha qualche buon motivo per essere diffidente verso le forze di interposizione; finora, specie nei Paesi musulmani, sono state tutte utilizzate a fine di controllo, di protettorato sul Paese, quando non di pesante interferenza nei processi politici. Inoltre le operazioni internazionali sono sempre missioni Nato: sono necessari i mezzi tecnici per svolgere la delicatissima funzione di controllo dei movimenti di truppe irregolari sul terreno. Lo può fare solo chi ha i mezzi per il controllo dell’intelligence satellitare. Altrimenti non si sa chi bombarda il villaggio. Di chi siano le forze impegnate.

 

Nel caso del Darfur come sono composte le forze di peacekeeping?
Le truppe sono dei Paesi africani e gli occidentali mettono la logistica, l’intelligence, il coordinamento, la tecnologia.

 

Cosa si è sottovalutato nel Darfur?
Il rischio di peggiorare la situazione: introdurre una qualunque forza internazionale significa, comunque, un altro attore in una zona di guerra ecologicamente fragilissima.

di Angiola Bellu

{ 0 Commenti }

Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.



La storia


Nel febbraio del 2003 tre gruppi a base etnica hanno preso le armi contro il governo del presidente Omar Bashir,  accusato di sostenere - nella sua campagna di omicidi e stupri di massa contro le tribù nere - la milizia araba Janjaweed. Due le fazioni darfurine: il Sudan Liberation Army (Sla) e il Justice and Equality Movement (Jem).
Nell’agosto del 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la Risoluzione 1706 che prevede una nuova forza di pace, composta da 20.000 caschi blu dell’Onu, in sostituzione o affiancamento dei 7.000 uomini dell’Unione Africana presenti sul campo. Il governo del Sudan dichiara che le forze ONU in Darfur saranno considerate alla stregua di invasori stranieri.
Nel luglio 2008, la Corte Penale Internazionale ha incriminato il presidente del Sudan Omar-al-Bashir con 10 capi d’accusa che vanno dalle 35.000 morti violente tra i gruppi Fur, Marsalit e Zaghawa, ai crimini contro l’umanità, ai crimini di guerra. Secondo l’accusa, Bashir avrebbe attuato un piano per distruggere i tre gruppi tribali in Darfur a causa della loro origine etnica.

 

A marzo 2009 la Corte ha emanato un ordine di arresto di garanzia internazionale per al-Bashir senza le accuse di genocidio.

 

In questi giorni, la Camera d’appello della Cpi ha deciso che i giudici della Corte penale internazionale dovranno riconsiderare la propria decisione di non accettare il genocidio tra le accuse a carico del presidente sudanese Omar al-Bashir.


Logo Africa News

Logo AfriRadio

Logo Voci GLobali