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Tutti pronti per i Mondiali di Sudafrica 2010. La “Rainbow Nation” - la Nazione Arcobaleno, come la chiamò il vescovo anglicano di CapeTown, Desmod Tutu - si prepara ad essere protagonista assoluta della scena mondiale per un mese. Tutto è a posto: “nessun dubbio” sull’organizzazione del torneo. Lo ha detto solennemente il presidente della Fifa, Sepp Blatter, da Durban, benedicendo l’esordio della kermesse sportiva più popolare del mondo nel Continente Nero. Anche il presidente Jacob Zuma promette dei mondiali memorabili. Non dovranno esserci sbavature… neanche sociali. L’imperativo è “pulizia su tutto”: nelle città che ospiteranno le gare non devono esserci poveri nelle baraccopoli, né venditori di strada. Ci racconta questo orribile “dietro le quinte” di Sudafrica 2010 Filippo Mondini, missionario comboniano laico, che ha vissuto a lungo nello stato dell’Africa australe.
La ricchezza che porteranno questi mondiali “come al solito non verrà distribuita. Saranno sempre i soliti a beneficiarne: le élite collegate al partito-stato, le grandi imprese, le grandi multinazionali” ci racconta Mondini.
Cosa significa che durante il Mondiale le strade dovranno essere perfettamente pulite?
Il messaggio che viene lanciato è: non c’è spazio per i poveri nelle città.
Il Sudafrica dà un’immagine di sé multietnica e democratica. Cosa significa ripulire le città dai poveri?
L’immagine mulietnica e democratica è solo per l’élite non per i poveri che, in questo momento, sono in lotta. Non c’è questa immagine sicuramente per il movimento dei poveri ripetutamente attaccato; non per il “Landless People Movement” anch’esso attaccato con morti e feriti; non per i venditori di strada che non possono lavorare durante la Coppa del Mondo; non per i bambini di strada presi e portati nelle zone rurali. Il Sudafrica ha una bellissima Costituzione che non viene applicata.
Mi racconti della campagna “i mondiali al contrario” promossa dai Comboniani, dal settimanale Carta e singoli cittadini.
Siamo un gruppo di persone entrate a vario titolo in contatto con la realtà del Sudafrica, con il movimento dei baraccati Abahlali baseMjondolo («quelli che vivono nella baracche», in lingua zulu) e abbiamo lanciato l’idea di percorrere l’Italia con gli attivisti di Abahlali e incontrare i movimenti sociali italiani con due obiettivi: raccontare il mondiale che non si vedrà in Tv e stringere legami di solidarietà e di lotta tra l’Italia e il Sudafrica. Abbiamo incontrato persone concrete e reali che vanno affrontando lotte concrete e reali. Vogliamo far presente che questo pezzo di mondo sta a guardare cosa stia succedendo in Sudafrica.
Come è nato il movimento Abahlali baseMjondolo?
È nato 2005, quando un gruppo di cittadini delle baraccopoli si è stancato di essere continuamente tradito dalla promesse del governo. A Durban era stato promesso un pezzo di terra dove costruire le case dei baraccati. Sono arrivate le ruspe e la gente, felice, è andata a parlare con gli operai che però hanno riferito di essere lì per costruire una fabbrica di mattoni. La popolazione ha subito bloccato la strada principale di Durban tenendola occupata per 9 ore e bloccando completamente la città.
Come hanno reagito le autorità?
La gente è stata pestata e incarcerata dalla polizia. Sono stati sparati proiettili di gomma. Si è pensato all’ennesima protesta del Sudafrica invece la gente è tornata nelle baraccopoli e ha iniziato a discutere, ad organizzare assemblee: è nato il movimento.
Chi appoggia il movimento politicamente?
Assolutamente nessuno. Sono soli. Questa è anche la forza del movimento: gestito e organizzato da poveri. Non corrono alle politiche e anzi hanno lanciato la campagna: “No land no house no vote”. La prima ondata di protesta ha organizzato funerali simbolici ai propri consiglieri comunali, per dire: da ora ci governiamo da soli.
Dove vuole arrivare questo movimento se non ha legami con la politica, cosa può riuscire ad ottenere?
La cosa più rivoluzionaria di questo movimento è che non lotta per la conquista del potere, per i posti in parlamento, ma lotta per un governo dal basso, un cambiamento dal basso della gente e delle baraccopoli.
Qual è stato il passaggio cruciale del movimento?
Il passaggio cruciale è stato quando a un certo punto si è parlato di “comunità” e non più di baraccopoli: la lotta si fa per cambiare le proprie condizioni di vita. Se il governo non fa ciò che dovrebbe, la gente delle baraccopoli – divenuta comunità - ha il diritto di costruirsi un proprio sistema di gestione della comunità, di autogoverno.
Che genere di gestione?
C’è l’autogestione dell’elettricità, degli asili. Esiste un servizio sanitario per i malati di Aids. Tutto organizzato dal movimento, non dal governo: è questo il genere di gestione a cui mi riferisco.
In tutto ciò come si sono inseriti i Comboniani?
I Comboniani hanno missioni in Sudafrica. Qui non sono considerati “la voce dei senza voce”: qui i “senza voce”, la voce ce l’hanno molto forte e sono capaci di usarla. Quindi ci siamo messi in mezzo al popolo. Anche noi siamo cambiati molto.
Come è visto dal potere costituito il movimento Abahlali?
Come una minaccia. L’ondata di repressione che il movimento sta subendo lo dimostra. Lo scorso settembre si raggiunto l’apice dell’attacco: ci sono stati molti morti, centinaia di persone fuggite, la leadership è stata costretta a vivere nascosta. Pochi giorni fa il “Landelss people movement” - affiliato a Abahlali - è stato attaccato a Johannesburg. C’è stato l’ennesimo morto. La polizia sta rastrellando la leadership. I movimenti sociali criticano il potere, il partito-stato, e questo è visto come un’eresia.
Il partito-stato è l’ANC (African National Congress) di Nelson Mandela, il partito che ha liberato il Sudafrica dall’Apartheid?
Esatto. Dopo che l’ANC ha conquistato il potere non è riuscito a mantenere e a vivere gli ideali che aveva durante la lotta.
Ma l’Apartheid è stata veramente definitivamente sconfitta?
È stata sconfitta quella razziale. E’ stata costruita l’Apartheid economica: un muro forse ancora più difficile da abbattere. E’ vero che la maggioranza dei poveri è africana, ma la povertà è un fenomeno assolutmante transculturale e transraziale.
Esiste in Sudafrica esiste una vera democrazia?
Solo sulla carta. Quando una nazione non incoraggia movimenti come Abahlali che fa una pratica di democrazia quotidiana credo che la democrazia di quel Paese sia in pericolo.
di Angiola Bellu
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La mascotte dei mondiali sudafricani è un leopardo antropomorfo di peluche giallo con la criniera verde. Si chiama Zakumi: “ZA” è il codice ISO per South Africa e “Kumi” significa 10 in varie lingue africane. Zakumi ha 16 anni: è nato dalla matita del designer Andries Odendaal nel lontano 1994. Spesso è accaduto che dietro la produzione di gadget - che magari celebrano eventi sportivi di caratura mondiale - sia celato lo sfruttamento più bieco e più lontano dallo "spirito di unione tra i popoli" che dovrebbe muovere l’evento. La Global Brands Group' con sede a Singapore, è titolare dei diritti per la produzione del merchandising ufficiale di Sudafrica 2010. Il colosso ha subappaltato la produzione delle mascotte Zakumi alla 'Shanghai Fashion Plastic Products & Gifts' con sede a Shangai. La GBG, forse distratta dagli ottimi prezzi proposti dalla ditta cinese, ha firmato il contratto e si è “dimenticata” di verificare che la Shanghai Fashion seguisse il codice di condotta stabilito dalla Fifa per i suoi fornitori.
Nel gennaio scorso, un’inchiesta del settimanale inglese “News of the World” ha rivelato che Zakumi era prodotto da giovanissimi operai che lavoravano 16 ore al giorno per due euro di paga. “Giovani lavoratori in una squallida fabbrica di Shanghai, schiavizzati fino a tarda notte per produrre scintillanti mascotte della Coppa del Mondo”, scrive Michael Hamlyn. Dopo essere stata costretta da un’ispezione ad arrendersi all’evidenza di turni massacranti e condizioni di lavoro ai limiti dell'umano, per un salario da fame, la GBG ha sospeso la produzione in Cina. Arrivata la voce dello scandalo in Sudafrica, si sono accese le proteste delle organizzazioni sindacali per la scelta del comitato organizzatore del Mondiale di portare all’estro la stragrande maggioranza della produzione del merchandising, penalizzando i lavoratori sudafricani già afflitti dalla disoccupazione superiore al 25%


