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Il seminario internazionale 'Requiem per la cooperazione? Nuove relazioni tra i popoli per la giustizia e per la pace' fa il punto sui cosiddetti “aiuti umanitari e allo sviluppo” che arrivano in Africa

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Un proverbio africano recita: “La mano che riceve l’aiuto è sempre al di sotto di quella che lo dona”.
Quindi “finché si continuerà a pensare solo che bisogna aiutare, si continuerà a pensare e ad accettare che vi siano persone che dipendono da altre che stanno sopra di loro… Bisogna veramente osare di accogliere questa sfida, anche per il nostro stesso futuro”. Lo sostengono Solidarietà e cooperazione Cipsi, Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) ed Enti locali per la pace. Nei giorni scorsi a Roma hanno promosso il seminario internazionale sul tema 'Requiem per la cooperazione? Nuove relazioni tra i popoli per la giustizia e per la pace': un'occasione per fare il punto sui cosiddetti aiuti umanitari e allo sviluppo che arrivano in Africa.

 

“È necessario cambiare e correggere radicalmente l’immagine che abbiamo del continente africano. I mezzi di comunicazione ci trasmettono continuamente le immagini di un’Africa povera e misera, ma questo non è il suo vero volto”, sostiene Guido Barbera, presidente di Solidarietà e cooperazione Cipsi, coordinamento di 45 organizzazioni e associazioni di solidarietà internazionale.

 

“In realtà, l’Africa è un continente ricco di risorse naturali, minerarie, di fonti di energia, di una umanità unica con valori che possono essere di esempio per l’Occidente”, ricorda, auspicando che se si parte da questo presupposto “è la cooperazione internazionale con l’Africa che per prima necessita di una nuova visione, di un nuovo approccio, basato sulla costruzione di relazioni con le popolazioni africane. Bisogna costruire ponti, non ergere barriere e muri di razzismo, indifferenza e discriminazione”.

 

Per Eugenio Melandri, direttore della rivista 'Solidarietà internazionale' e coordinatore di 'Chiama l'Africa', “non è un caso che aiuti umanitari e missioni militari tendano a confondersi, troppo spesso creano un mondo ad immagine e somiglianza dell’Occidente e dei suoi interessi”. Per questo oggi serve un cambio di rotta, soprattutto dal punto di vista culturale. “Finché si continuerà a pensare solo che bisogna aiutare – ha affermato Barbera -, si continuerà ad accettare che vi siano persone che dipendono da altre. La cooperazione non è elemosina, assistenzialismo, aiuto. Se così fosse, basterebbe aumentare gli stanziamenti, arrivare al 0,7% del Pil, per risolverla”.

 

Occorre rifondare la cooperazione, dunque, 'ripulirla' da retaggi neocolonialistici per renderla volano di sviluppo per la società civile locale. Lo ha espresso anche la camerunense Marguerite Lottin Welly, emigrata da anni a Roma e presidente dell'associazione interculturale Griot. “Ho un sogno per l’Africa – ha confidato -: che diventi una terra di opportunità, felicità e sviluppo. Credo che gli africani meritino un futuro migliore”. Per decenni il suo continente – ha ricordato Lottin - “è stato vittima dal punto di vista economico e sociale: abbiamo pagato con il nostro sottosviluppo, mentre il resto del mondo ha potuto migliorare le proprie condizioni di vita. Adesso paghiamo ancora gli effetti della crisi finanziaria globale in cui non abbiamo avuto alcun ruolo e su cui non ci è permesso di dire alcuna parola. Siamo oggi di fronte a un crocevia e a una sfida epocale: l’Africa avrà un voce forte nella nuova architettura finanziaria ed economica, oppure dovrà soffrire ancor più che nei periodi bui del colonialismo”.

 

Forse a causare il disinteresse nei confronti della cooperazione internazionale è la scarsa conoscenza “dell’Africa che arriva e vive in Italia”, ha ipotizzato Jean Leonard Touadi, deputato del Pd, scrittore e giornalista di origine congolese. “Le prossime campagne le dobbiamo fare sull’Africa che vive qui in Italia – ha proposto -. Troppo facile amare l’Africa: la grande sfida, oggi, è amare gli africani qui in Italia, quei pezzi d’Africa che si chiamano Rosarno e Castel Volturno, dove l’africano in carne e ossa è vittima non del sistema colonialista dell’Ottocento, ma del nostro sistema odierno”.

di Laura Badaracchi

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Noppaw, Nobel 2011 alle donne africane?



Insieme a Chiama l’Africa, il Cipsi (Coordinamento di 45 associazioni di solidarietà e cooperazione internazionale) promuove la campagna internazionale Noppaw (Nobel Peace Prize for African Women), per assegnare il Premio Nobel per la Pace 2011 alle donne africane. Obiettivo? Raccogliere almeno due milioni di firme da inviare al Comitato che attribuisce il Nobel, perché il prossimo anno il prestigioso riconoscimento sia attribuito per la prima volta nella sua storia a un 'soggetto collettivo': tutte le africane.


L'iniziativa è appoggiata anche dal Parlamento italiano: deputati bipartisan sostengono l'appello 'L'Africa cammina con i piedi delle donne', testo da sottoscrivere per aderire alla campagna ideata in Senegal a seguito di un convegno tenutosi a Dakar nel dicembre 2008.

 

Intanto il tam-tam è arrivato anche alle porte del Parlamento europeo, mentre in Italia diversi enti locali stanno facendo approvare mozioni di sostegno. La strada è ancora lunga, come quella percorsa da tante africane per andare a prendere l'acqua. Perché Perché l'Africa – i promotori dell'iniziativa ne sono convinti - 'cammina con i piedi delle donne'.


Sono loro, infatti, le protagoniste trainanti “sia nei settori della vita quotidiana che nell’attività politica e sociale”: portano sulle loro spalle la gestione familiare svolgendo “attività, soprattutto di economia informale, che permettono ogni giorno, anche in situazioni di emergenza, il riprodursi del miracolo della sopravvivenza”. Infatti le africane hanno adottato il microcredito che ha permesso la nascita di migliaia di piccole imprese e in migliaia di cooperative lavorano insieme nell’agricoltura, nel commercio, nella formazione, nella lavorazione di prodotti agricoli. Info: tel. 06/5414894, e-mail info@noppaw.org, www.noppaw.org.


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