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La Sierra Leone lancia un ambizioso piano di salute pubblica per le donne incinte, l'allattamento al seno e per i bambini aldisotto dei cinque anni di età. Il Paese ha tassi elevatissimi di mortalità infantile, il più alto al mondo per quanto riguarda i bambini sotto i 5 anni. Per ogni 1000 nati, 140 muoiono. I dottori si difendono e accusano il governo: cure e medicazioni costano troppo.
Come si fa a chiedere a una donna incinta che non possiede nulla di pagare visite mediche anche centinaia di dollari? Con l'orrendo compito lasciato ai medici di non curare le pazienti che non possono saldare i conti, lasciandole morire invece che salvarle. Il piano del presidente Koroma intende, almeno sulla carta, frenare la situazione. L'obiettivo è salvare la vita a un milione 250 mila tra mamme e bambini. Ma per partire servono 19 milioni di dollari, che sembrerebbero assicurati dalle Nazioni Unite e dalla Gran Bretagna, ex potenza coloniale. Solo il loro intervento ha fatto interrompere ai medici della Sierra Leone uno sciopero lo scorso marzo che durava da due settimane. I camici bianchi temono che tutto il peso del nuovo progetto sanitario ricada su di loro. Hanno paura di una invasione negli ospedali di persone che finalmente potrebbero curarsi e di turni di lavoro infiniti. La protesta è rientrata quando il governo ha offerto ai medici un aumento di stipendio tra il 200 e il 500 per cento, secondo quanto riporta la Bbc.
Ma non sono loro l'unico problema. Il Paese non ha le infrastrutture per far partire il piano. La ristrutturazione di molte strutture sanitarie procede a grande rilento. La Sierra Leone non ha un sistema organizzato: pochi dottori, pochi letti, poche ambulanze. Ma la presidenza punta tutto sulla riforma e usa l'influente first lady, infermiera professionista, per lanciare lo slogan: "Nessuna donna dovrà più morire, per dare una vita".
La Sierra Leone è a una svolta determinante. Sono pochissimi i Paesi dove il sistema sanitario è gratuito. E' un'altra grande sfida per la democrazia, che lentamente sta tornando nella terra da cui partivano la maggior parte delle navi cariche di schiavi destinate alle Americhe. Solo otto anni fa, la fine di una terribile guerra civile che ha ucciso centinaia di migliaia di persone, alimentata dai giganteschi interessi economici legati all'estrazione dei diamanti (nel 2007 Hollywood ci fece anche un film 'Blood Diamond', diamanti insanguinati) che hanno visto il coinvolgimento delle multinazionali dei preziosi, pronte a fare patti con chiunque. Dieci anni di atrocità, di violentissimi scontri ad opera del famigerato Revolutionary United Front, che controllava il traffico di diamanti. La sua azione era terribile. Usava i bambini soldato, almeno 10 mila, secondo le Nazioni Unite. La maggior parte di loro veniva utilizzata nei turni di guardia davanti alle miniere o negli assalti ai villaggi. La loro iniziazione era spaventosa. Le bambine venivano usate come prostitute e i ragazzi erano obbligati a uccidere i propri genitori per dimostrare il loro coraggio da combattenti. Venivano drogati con cocaina, per renderli senza paura. Ancora adesso nell'esercito della Sierra Leone ci sono minorenni, un migliaio, secondo Amnesty International: per essere assoldati basta l'autorizzazione dei genitori.
I metodi del Ruf erano da film dell'orrore. Asportavano i genitali delle persone che non uccidevano, soprattutto i bambini. A colpi di machete tagliavano mani, braccia, gambe. Lo hanno fatto a decine di migliaia di ragazzi.
Alla fine della guerra il Ruf è diventato un partito politico, il Revolutionary United Front Party, che però non ha avuto grandi esiti alle elezioni presidenziali.
Due milioni le persone che sono fuggite durante la guerra, circa un terzo dell'intera popolazione. Solo adesso stanno cominciando a rientrare. Il potere, quello vero, è ancora in mano ai militari, che hanno garantito una certa stabilità al Paese dopo la partenza dei Caschi Blu dell'Onu nel 2005. Più di 17 mila soldati delle Nazioni Unite, soprattutto britannici, hanno dovuto disarmare decine di migliaia di ribelli e miliziani. Per far luce sulle responsabilità delle guerra civile in Sierra Leone lavora il Tribunale Speciale per i Crimini di Guerra.
Nel 2007 l'elezione a presidente della Repubblica di Ernest Bai Koroma che ha conquistato oltre il 54% dei suoi connazionali, in un voto giudicato assolutamente attendibile dagli organismi internazionali. Il suo slogan è da sempre "tolleranza zero contro la corruzione" e "giusta redistribuzione delle risorse del Paese". Conosciuto per il suo carattere esuberante, l'ex assicuratore ha sempre detto di voler gestire la Sierra Leone come un'impresa.
Negli ultimi anni il Paese ha vissuto una decisa crescita economica, anche se la povertà e la disoccupazione rimangono nodi centrali per il ritorno alla normalità. Sessanta giovani su cento sono senza lavoro e il 31% della popolazione è analfabeta. Bisogna ricostruire tutto. O meglio costruire tutto. Rete elettica, fognaria, acquedotti.
Ora il ritorno della pace può dare un nuovo impulso al Paese. Soprattutto dal punto di vista turistico, come è successo negli anni scorsi al vicino Gambia. La Sierra Leone ha migliaia di chilometri di bellissime spiagge, una natura lussureggiante e giovani pronti a rimboccarsi le maniche. Bisogna ripartire da qui.
di Francesco Bianco
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Il 20% dei diamanti proviene da 4 Paesi africani: Angola, Congo, Guinea e Sierra Leone. La stragrande maggioranza della loro produzione è controllata da 5 colossi: DTC, Alrosa, Leviev, Rio Tinto e BHP Billiton, e ogni anno nel mondo i ricavi dalle vendite di diamanti sono sempre maggiori. Il suo commercio indiscriminato ruota intorno ai cosiddetti Conflict Diamonds, ovvero quei diamanti commercializzati illegalmente per finanziare le guerre, soprattutto in Africa centrale e orientale. L’ONU ha definito i Conflict Diamonds, altrimenti detti Blood Diamonds, come "diamanti che provengono da aree controllate da forze o fazioni opposte ai governi legittimamente e internazionalmente riconosciuti e che sono utilizzati per finanziare azioni militari”. E questi diamanti sono stati utilizzati per finanziare le varie guerre e guerriglie locali. Ma è stato proprio il conflitto in Sierra Leone a convincere l'industria dei diamanti a collaborare con le Nazioni Unite e diverse organizzazioni non governative per creare un sistema di certificazione dei preziosi. E' il Sistema di Certificazione Kimberley. Questo processo di certificazione è entrato in vigore nel 2003 e da allora 71 governi lo hanno introdotto nella loro legislazione nazionale. Oggi il 99% dei diamanti venduti nel mondo proviene da zone “conflict free”, senza guerra.
Per saperne di più
www.kimberleyprocess.com
www.conflictfreediamonds.org


