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E' stata accantonata dopo appena sei settimane, nello Zimbabwe, una legge controversa che costringeva le aziende con un capitale maggiore o uguale a 500mila dollari a un Cda composto in maggioranza da nativi, escludendo i residenti bianchi e le ditte straniere. Nel mercato azionario, la legge è costata al Paese un balzo verso il basso del 10%, 20% in meno nell'azionariato di imprese del settore minerario. Di conseguenza il governo ha pensato di sospenderla, o meglio di dichiararla nulla, prendendo tempo per pensarci su. Inutile dire delle preoccupazioni di compagnie minerarie, della manifattura o di chi opera nel turismo.
L'abrogazione della legge tra l'altro è stata una grande sorpresa, dopo le parole spese dal presidente Mugabe a sua difesa. La legge protezionista prevedeva 5 anni di tempo per le aziende non indigene per vendere almeno il 51% della proprietà a indigeni. Solo 45 i giorni concessi per formalizzare come questo sarebbe stato fatto. Attenti adesso alla definizione di indigeno: "chiunque, prima del 18 aprile 1980 (la data ufficiale della nascita dello Zimbabwe, ndr), era svantaggiato a causa di un ingiusta discriminazione raziale".
La legge era perfettamente in linea con la politica governativa tesa, da circa 10 anni, a taglair fuori gli imprenditori dalla pelle bianca. Da allora lo Zimbabwe - conosciuto come il granaio d'Africa - è diventato un importatore di generi alimentari.
di MiDA
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