news
africa
Scontato l'esito del voto e la vittoria del presidente Al Bachir. Mentre sul Paese incombe la guerra civile e la Cina rafforza la sua presenza economica
Alla fine il Sudan è andato al voto. Lo ha voluto fermamente il presidente Omar Al Bachir che da questa consultazione trae una sorta di legittimazione per arrivare - o, più facilmente, per evitare o rinviare - l'appuntamento cruciale dell'anno prossimo, cioè quello del Referendum sulla secessione del sud del Paese. Per il leader sudanese è stato facile controllare la consultazione che si è appena conclusa e dall'esito scontato a suo favore dato che tutti i suoi più accreditati oppositori si sono ritirati denunciando brogli e intimidazioni preventive. Sta di fatto che il Sudan, dopo il voto, è ancora di più un Paese che rischia di precipitare di nuovo nella guerra dopo una fragile pausa di cinque anni che sembra essere servita solo a preparare i contendenti al prossimo match.
Nelle semplificazioni mediatiche la guerra civile in Sudan è sempre stato un conflitto tra le popolazioni arabe e musulmane del Nord e quelle nere e cristiano-animiste del sud. In sostanza un conflitto etnico e soprattutto religioso. In realtà la guerra civile che fino al 2004 ha insanguinato il più grande Paese del continente africano è stata principalmente un conflitto per le risorse, in particolare per una risorsa strategica come il petrolio. Ancora una volta una risorsa che potrebbe essere una ricchezza per la popolazione si trasforma in una maledizione.
La situazione sudanese è complessa, un vero crogiuolo di interessi locali, regionali e internazionali che si intersecano e si influenzano a vicenda ma che ruotano essenzialmente intorno ad un problema di fondo: lo sfruttamento e la destinazione finale del greggio sudanese. Il regime del presidente sudanese Omar Al Bachir è, tra i governi africani, uno tra quelli che ha maggiormente aperto i propri mercati e il proprio territorio alla Cina. Pechino ha ottenuto concessioni miliardarie per la prospezione, l'estrazione e lo sfruttamento del petrolio del sud e non solo: in tutto il Paese la Cina sta costruendo strade, dighe, ponti e a Khartoum, la capitale, fioriscono cavalcavia, edifici, snodi autostradali e in gran parte a realizzarli sono imprese cinesi.
Questa apertura non è, evidentemente, gradita agli occidentali che hanno visto progressivamente mettere fuori gioco le proprie imprese multinazionali e le proprie major del petrolio. Un non gradimento che, indirettamente, si manifesta con le periodiche accuse al governo sudanese per la guerra in Darfur, con la richiesta di arresto, da parte del tribunale internazionale dell'Aja, del presidente Bachir per crimini di guerra e con la ripetuta richiesta all'Onu di una risoluzione che vari sanzioni al regime sudanese.
A questo proposito gli schieramenti sono evidenti: in consiglio di sicurezza, sulla questione sudanese, è la paralisi dovuta al fatto che la Cina, ogni volta che si parla di sanzioni contro Khartoum, minaccia il veto. Anche sul piano interno sudanese la questione petrolifera è fonte di gravi contrasti che, per ora, non sembrano avere soluzione. La domanda principale è dove verrà a trovarsi il grosso del greggio dopo il 2011 in caso di secessione, che perlatro se si dovesse votare è scontata. In tal caso salterebbero tutti gli accordi internazionali con grave danno per la Cina, ma senza nessun vantaggio per i suoi rivali sul mercato mondiale perchè se è vero che i giacimenti sono nel sud è il nord ad avere raffinerie e oleodotti per commercializzare il greggio.
La costruzione di una nuova pipeline alternativa a quella che arriva a Port Sudan, sul Mar Rosso, diretta ai porti dell'Africa Orientale è economicamente realistica ma potrebbe concretizzarsi solo in tempi lunghi. Nel frattempo sia il nord che il sud non potrebbero beneficiare dei proventi derivanti dalla vendita di questa risorsa strategica. Una soluzione per tutti c'è, il sud potrebbe vendere il greggio al nord e pagare il noleggio degli oleodotti, ma appare impraticabile per i contrasti che storicamente oppongono le elite politiche del Nord a quelle divise e rissose del sud. Dunque al momento il Sudan si trova in bilico su un precipizio in fondo al quale c'è lo spettro di una nuova guerra civile che, sulla carta, potrebbe addirittura essere più drammatica di quella appena finita e che è stata la più lunga e cruenta di tutto il continente africano.
di Raffaele Masto
{ 0 Commenti }
Informativa privacy (art.13 D.Lgs. 196/03): il nome e l'indirizzo email che il visitatore conferisce non sono obbligatori al fine del presente servizio: se conferiti il nome e l'indirizzo e-mail vengono utilizzati esclusivamente per la gestione dei commenti da pubblicare nella bacheca. Le opinioni e i commenti nella bacheca e il nome in essa contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione nella bacheca. La diffusione dei dati del visitatore e di quelli rilevabili dai commenti inseriti deve intendersi direttamente attribuita all'iniziativa del visitatore medesimo; la Società garantisce che nessun altra ipotesi di trasmissione e/o diffuzoine degli stessi è prevista. In ogni caso il visitatore ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art.7 D.Lgs. 196/03. Si invita il visitatore a prendere visione della versione integrale dell'informativa privacy.
I ricchi giacimenti sudanesi di greggio sono all'origine di molte delle vicende politiche interne e internazionali che vedono il regime di Khartoum coinvolto. Per esempio le accuse del tribunale internazionale al Presidente Omar Al Bachir per la guerra in Darfur, con la richiesta di arresto, da parte del tribunale internazionale dell'Aja, del leader sudanese per crimini di guerra e con la ripetuta richiesta all'Onu di una risoluzione che vari sanzioni al regime sudanese. Omar Al Bachir le merita tutte, ma non si può negare che l'accanimento internazionale abbia anche altre cause oltre che il rispetto delle convenzioni internazionali. A questo proposito gli schieramenti sono evidenti: in consiglio di sicurezza, sulla questione sudanese, è la paralisi dovuta al fatto che la Cina, ogni volta che si parla di sanzioni contro Khartoum, minaccia il veto. Il conflitto per il petrolio del Sudan è anche in buona parte responsabile della regionalizzazione della crisi, cioè del coinvolgimento del vicino Ciad del presidente Idris Deby. Quest'ultimo, caldeggiato probabilmente dalla Francia, ex madre patria con grande influenza nel paese, ha ospitato e sostenuto il Jem, principale movimento guerrigliero sudanese anti governativo protagonista di un clamoroso attacco, nel 2007, alla capitale Khartoum. Attacco restituito poi da un movimento guerrigliero anti ciadiano sostenuto e ospitato oltre frontiera, nel Darfur, dal governo sudanese. Anche in questo caso i guerriglieri arrivarono fino alla capitale Ndjamena e alla Francia toccò salvare, con i propri paracadutisti, il regime di Idris Deby.


