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Torna come una malattia che si sperava ormai estinta l'ombra gelida dell'apartheid in Sudafrica. A risvegliare la paura di violenze che il sorriso rappacificatore di Nelson Mandela aveva spazzato via, l'omicidio brutale di Eugène Ney Terreblanche, il 69enne leader del Movimento di resistenza degli Afrikaner (Awb), partito di estrema destra convinto della supremazia bianca. Piena di rabbia la sua vita, come la sua morte. È stato ammazzato mentre dormiva nella sua fattoria a colpi di spranga per pochi dollari da due ragazzi neri di 16 e 21 anni. Terreblanche è stato assassinato perché non voleva pagarli per il loro lavoro.


Fin qui i fatti. L'omicidio non ha niente a che fare con il razzismo, ma è bastato a far esplodere il timore di un passato che evidentemente è troppo vicino per essersene davvero andato. Subito si è pensato a un attacco dei neri contro i bianchi. A una inaccettabile provocazione. La reazione dell'AWB è stata immediata. Decine di Afrikaner, che mai hanno davvero accettato la fine del loro dominio sulla maggioranza nera, sono accorsi alla fattoria. Il segretario generale dell'AWB, Andre Visagie, ha definito l'omicidio una vera e propria dichiarazione di guerra e ha annunciato vendetta. Ma non subito. Ha chiesto ai suoi seguaci inferociti di non prendere iniziative solitarie e di attendere il primo di maggio, data in cui è stato organizzato un incontro proprio per decidere la risposta dei bianchi. Anche i principali leader dell'African National Congress, partito al potere dalla fine dell'apartheid, sono andati a rendere omaggio al leader razzista, proprio per cercare di dimostrare che il colore della pelle in questo caso di cronaca nera non c'entra niente. Il presidente Jacob Zuma, all'estero in questi giorni, ha "invitato tutti alla calma", dopo aver definito l'assassinio "un fatto orribile". Zuma ha chiesto di non utilizzare l'omicidio di Terreblanche come pretesto per aizzare l'odio razziale.


La velocità delle indagini ha per fortuna messo in luce come si trattasse di una violenta lite senza motivazioni razziali. I colpevoli sono stati prontamente arrestati e hanno chiarito che il gesto nulla aveva a che fare con le posizioni politiche di Terreblanche. 


A dare fuoco alle polveri però c'è il carismatico Julius Malema
, leader dei giovani dell'African National Congress, che anche in questi giorni di tensione continua a cantare la canzone 'Shoot the Boer' (uccidi il boero, ndr), un vecchio brano di lotta anti-apartheid che, come annuncia il titolo, invita a far fuori gli afrikaner. In un momento come questo in cui qualsiasi provocazione può far divampare un incendio è intervenuto il segretario generale del partito al governo dal 1994. Gwede Mantashe ha detto che la canzone contribuisce alla divisione razziale, anche se "è evidente a tutti che la razza non sia il movente dell'omicidio Terreblanche". Mantashe non ha vietato 'Shoot the Boer' sostenendo come "sia parte della storia del Paese e della lotta contra la dominazione dei bianchi". Ma ha chiesto ai sostenitori dell'ANC di evitare di cantarla come gesto distensivo. Malema però non vuole sentire ragione e annuncia che andrà avanti per la sua strada.


Che il sogno del Paese dell'Arcobaleno (come è stato definito per il modo incruento con cui è stato gestito il passaggio post apartheid) fosse appannato era una certezza. Ma la vera domanda è se mai esisterà. Il Sudafrica ha ancora enormi diseguaglianze sociali, nonostante l'impegno decennale di Nelson Mandela. Il carisma dell'anziano leader è il collante. Troppo forte il suo messaggio per non capirlo. Ma il premio Nobel per la Pace ha ormai quasi 92 anni e si è ritirato dalla vita pubblica dal giugno del 2004. Il problema della razza resta il nodo centrale del Sudafrica. Su una popolazione di 49 milioni di abitanti, il 79% è nero, il 9,6 è bianco, l'8,9 colored (come vengono chiamati i misti) e il 2,5 di origine asiatica. A conferma di questa affermazione, uno studio dell'anno scorso dell'Istituto per la Giustizia e la Riconciliazione. I dati parlano chiaro: quasi la metà dei sudafricani (il 46%) non frequenta persone di razza diversa dalla propria, mentre solo meno di un terzo (il 28%) dice che gli piacerebbe passare più tempo con gente con il colore della pelle diverso dal proprio. Un quarto dei cittadini generalmente non parla con persone di razza diversa dalla sua. Trentanove sudafricani su cento pensano invece che chi è diverso dalla propria razza sia inaffidabile. Più della metà, il 59% ritiene di non riuscire a capire gli usi e i costumi degli altri. Addirittura il 51% pensa che le relazioni razziali nel Paese siano peggiorate da quando è stato eletto Nelson Mandela a presidente nel 1994. Una recente analisi delle Nazioni Unite mette il Sudafrica tra i Paesi più socialmente ingiusti del pianeta. È una delle zone più violente della terra (se si escludono le aree di guerra) con 18 mila omicidi all'anno. Il Paese è diviso: da una parte l'anacronistica ideologia di Eugéne Terreblanche sulla supremazia della razza bianca, dall'altra le posizioni di Julius Malema. Il leader dei giovani dell'African National Congress ha recentemente sostenuto che i bianchi hanno rubato le ricchezze minerarie e che quindi devono essere "sbattuti fuori dalle nostre terre". Ma fortunatamente tra le due posizioni ce n'è una intermedia percorsa da milioni di sudafricani, che vogliono solo vivere una vita migliore.


Ora c'è un'occasione davvero ghiotta per il Sudafrica e per tutto il Continente. I Campionati Mondiali di calcio: l'evento mediatico più seguito, quello che muove il maggior numero di appassionati. Troppo importante dimostrare che un Paese africano sia in grado di ospitare un evento di questa grandezza. È la prima volta che accade, e un suo fallimento sarebbe fatale per anni. I mondiali di calcio contribuiranno all’economia del Paese con 4,6 miliardi di euro solo d'investimenti fatti nelle costruzioni. Un miliardo e mezzo di euro arriverà dal turismo sportivo. È un'opportunità che il Sudafrica non può perdere. Dimostrare la consistenza del cambiamento, provare che sta entrando nel tessuto sociale del Paese. Far vedere a se stesso e agli altri che non dipende solo da Nelson Mandela. Sarebbe il regalo più bello per i 92 anni che il premio Nobel compirà il prossimo 18 luglio, una settimana esatta dopo la finale del Mondiale di calcio.

di Francesco Bianco

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Eugène Terreblanche

 

Il destino nel nome. I latini dicevano 'nomen omen'. Il leader del Movimento xenofobo di Resistenza degli Afrikaner si chiamava Terreblanche, terra bianca, come quella che lui ha sempre sognato. Meglio, una terra dominata solo dai bianchi. E' stato uno dei più tenaci sostenitori dell'apartheid e tra i più feroci oppositori dell'uguaglianza tra bianchi e neri. E rimanendo nel gioco dei nomi, i suoi oppositori lo chiamavano semplicemente ET, come le sue iniziali, ma anche come un extraterrestre. E' stato lui a fondare nel luglio del 1973 con altri sei amici il movimento boero estrema destra Afrikaner Weerstandsbeweging (AWB), ispirato ai principi della supremazia bianca e della segregazione razziale e di chiara matrice filo nazista. La sua azione è sempre stata violenta, ma accompagnata da indubbie capacità oratorie, che hanno presto permesso all'Afrikaner Resistance Movement di diventare sempre più popolare. La prima condanna gli arriva nel 1983, quando nella fattoria del fratello viene rinvenuto un arsenale: 2 anni di carcere con la condizionale. E' l'ideatore delle Brandwag, il braccio armato del Movimento, che hanno il compito di difendere gli interessi della popolazione bianca. Quando le sue posizioni stavano per essere cancellate dalla storia con la fine dell'apartheid Terreblanche alza la posta e minaccia di far scoppiare una guerra civile. Ci furono anche scontri alla vigilia dell'elezione di Nelson Mandela nel 1994, nei quali l'AWB venne umiliato dalla polizia. Nel 1997 viene condannato a 6 anni di carcere per l'aggressione di un benzinaio nero e per il tentato omicidio di un contadino. Durante la prigionia egli è diventato un Cristiano Rinato, corrente presente fra alcuni gruppi Protestanti, e anzi sostiene di aver mitigato molte delle sue convinzioni ultrarazziste. Alla fine dell'apartheid, Terreblanche e i suoi sostenitori chiesero una amnistia per i loro reati che fu loro concessa dalla Truth and Reconciliation Commission.


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