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Mentre il Paese più popoloso d'Africa è sconvolto da stragi di civili e il presidente Yar'Adua è scomparso dalla scena pubblica, l'acting president licenzia tutto il governo

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Lo presentavano come un paravento, un capo di stato finto in attesa delle elezioni presidenziali del 2011. I poteri forti guardavano sornioni, le élite militari dormivano sonni tranquilli. E invece è arrivato un vero e proprio colpo di scena: Goodluck Jonathan ha licenziato quasi tutto il governo nigeriano dopo che un mese fa il Parlamento lo aveva nominato acting president.

 

Jonathan è diventato il capo di stato reggente, in seguito alla prolungata assenza per malattia del presidente Yar'Adua: per tre mesi è stato ricoverato in un ospedale in Arabia Saudiata e anche adesso che è tornato in patria, non ha fatto nessuna apparizione pubblica. Secondo tutti gli osservatori internazionali, l'acting president ha voluto imporre la sua autorità per far capire bene ai malintenzionati che la Nigeria, il più popoloso stato africano, ha una guida sicura. Le polemiche sono subito esplose, perché Jonathan avrebbe di gran lunga superato le sue competenze costituzionali. Ma in molti plaudono, sostenendo che questo fosse l'unico modo per cercare di rimettere in marcia il Paese, devastato da problemi economici e tensioni pesantissime.

 

La mossa, a ben guardare, non è stata proprio a sorpresa. Qualche settimana fa il presidente aveva liquidato il suo consigliere per la sicurezza nazionale e esautorato il suo ministro della Giustizia. A spingerlo alle maniere forti la strage avvenuta all'inizio di marzo di 500 contadini cristiani nella zona della città di Jos da parte di miliziani islamici. Solo pochi giorni fa, un'altra strage, quando 13 persone sono state uccise sempre vicino alla città di Jos. La maggior parte di loro donne e bambini. Molti sono stati bruciati o ammazzati a colpi di machete. Ad attaccare miliziani islamici che hanno riversato la loro furia su una comunità di cristiani. Alcuni sopravvissuti sostengono che diversi ribelli indossassero la divisa dell'esercito nigeriano, che però smentisce con forza che suoi uomini siano coinvolti negli attacchi. L'aggressione è avvenuta nonostante sia stato deciso un coprifuoco nello stato di Plateau, dove è anche forte la presenza dell'esercito regolare dopo che dallo scorso gennaio hanno perso la vita centinaia di persone, soprattutto musulmani. La rabbia è alta: com'è possibile che interi battaglioni di miliziani possano spostarsi durante il coprifuoco in una zona piena di militari?

 

La zona è un mosaico di differenti gruppi etnici - dagli Hausa Fulani, ai Tiv, passando per i Berom, i Jukun e molti altri - che vivono al confine tra il nord musulmano e il sud a maggioranza cristiana. La regione ha terre molto fertili e un tempo ospitava importanti miniere. È stata zona di immigrazione interna: molti nigeriani si sono spostati verso Jos per cercare lavoro. E proprio questo ha costituito forti divisioni sociali, con gli indigeni da una parte e i coloni dall'altra, con gli ultimi che trovano con fatica un impiego o un posto a scuola per i propri figli. La maggior parte degli autoctoni è di religione cristiana, a differenza degli immigrati che invece sono perlopiù musulmani. La paura più grande per gli abitanti è che gli islamici prendano il potere e impongano la legge della Sharia. 


Il ministro della polizia, Ibrahim Lame, aveva definito la mancanza di sicurezza nella zona "assolutamente inacettabile" e, andando dritto al problema, ha accusato le forze dell'ordine di essere parte attiva negli omicidi di massa e nei saccheggi. È stata la prima volta che un membro del governo ha riconosciuto, quello che le associazioni che difendono i diritti umani vanno sostenendo da anni. Un video tramesso dalla rete satellitare al Jazeera a inizio anno mostrava la polizia e i soldati sparare contro civili disarmati. Dopo le immagini 70 agenti sono stati arrestati, ma certo non è sufficiente. La cultura di brutalità delle forze armate nigeriane resta sempre molto potente e le autorità non hanno mai avuto il coraggio di fare indagini serie. Lo stesso sistema per avanzare nella carriera militare è legato alla corruzione.

 

Ora a complicare la situazione ci si è messo anche Mohammar Gheddafi. Il leader libico ha suggerito di dividere il Paese in due stati indipendenti per fermare le stragi e su questo ha ricordato un precedente storico. L'India fu separata dal Pakistan musulmano nel 1947 quando divenne indipendente dalla Gran Bretagna. Ma Gheddafi si è spinto più in là: i cristiani potrebbero vivere nel sud con capitale Lagos, mentre i musulmani dovrebbero abitare il nord, mantenendo Abuja come principale città. Ovviamente le due popolazioni dovrebbero dividersi in modo pacifico le ricchezze minerarie, tra cui i preziosi giacimenti petroliferi. Anche in questo caso però la reazione di Jonathan è stata energica. La Nigeria ha immediatamente richiamato il suo ambasciatore a Tripoli e il ministro degli Esteri è andato giù in modo altrettanto pesante con Gheddafi sostenendo che "le dichiarazioni colme di irresponsabilità del colonnello, la sua prosopopea teatrale e i suoi comizi profferiti in ogni occasione sono diventati davvero troppo".

di Francesco Bianco

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Conflitto interreligoso o economico?

 

La stampa internazionale bolla da sempre gli scontri in Nigeria come 'tensioni religiose', ma qui sembra chiaro che la principale causa sia l'accesso alle risorse. Ne è sicuramente convinto l'arcivescovo di Jos, monsignor Ignatius Ayau Kaigama. Alla base del contrasto, sostiene la chiesa nigeriana, ci sarebbe il controllo della città. Gli hausa, stanziati da più di cento anni nell’area, e gli indigeni si contenderebbero il potere attraverso le armi. I combattimenti sono tra indigeni e coloni. Gli indigeni sono di religione cristiana mentre i coloni fanno riferimento agli hausa musulmani. Gli indigeni spingono fuori gli hausa con qualsiasi mezzo e si arriva a questa situazione di scontro. Ora monsignor Kaigama sostiene che gli scontri non abbiano tanto una causa religiosa, quanto sociale, politica ed etnica. "Il governo della Nigeria deve garantire maggiore sicurezza sociale alla popolazione: molti giovani non vedono un futuro davanti a sé e si danno alla violenza, spesso sfruttata da leader politici o religiosi". Kaigama racconta come "i terribili fatti siano soprattutto l'espressione di un problema economico molto serio e dello sfaldamento della legge e dell'ordine pubblico". Kaigama ha poi sottolineato l'importanza di un dialogo costante: "La Chiesa deve continuare a cercare il dialogo con l'Islam, perché è un'alternativa al conflitto". Tra le priorità indicate dall'arcivescovo c'è la costruzione della pace sociale soprattutto tra i giovani, tramite iniziative e progetti che coinvolgano sia i cristiani che i musulmani.


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