Bassa pianura bresciana d’un pomeriggio d’inverno. Fuori oltre le finestre dai doppi vetri c’è un cielo triste senza nuvole, senza nebbia solo un anonimo grigiore, unico bagliore il sorriso bianchissimo di Boubacar che risalta sulla sua pelle color ebano. Boubacar si è rifugiato qui da quando con un rocambolesco viaggio è fuggito dalla Guinea, è fuggito dal morso crudele della dittatura, della violenza.
Oltre le finestre la nebbia cala con la sera e rende tutto opaco, persino i rumori della vita. Oltre le finestre non c’è l’Africa di Boubacar, i richiami della savana che salgono le pendici dei monti Nimba sino alle sorgenti del fiume Niger o le grandi onde dell’oceano che s’infrangono sulle spiagge, sputando umidità sulla foresta equatoriale degli altipiani. Sono infinitamente lontani quei rumori di casa per Boubacar e la nebbia non attutisce il lamento del suo cuore che cerca invano il sorriso dei suoi bimbi e il dolce viso della sua “brava moglie”, come la chiama lui. Con se nella fuga si è portato solo la dignità di africano e qui ha trovato il calore della terra contadina.
In Guinea Boubacar era professore di matematica e fisica. "Ho partecipato alla pianificazione che avrebbe dovuto modernizzare la scuola ed ero una persona importante nel movimento sindacale del mio Paese, affiliato alla Confederazione Nazionale dei Lavoratori Guineani; curavo la comunicazione per l’insegnamento delle scuole elementari, medie e superiori" racconta Boubacar.
Della Guinea si conosce poco o nulla, una scarsa informazione buca la censura della dittatura militare al potere dal 1984. Il resto è storia che affligge gran parte delle nazioni d’Africa scritta nei secoli scorsi; dalle coste si sono imbottite di schiavi le stive delle galee dirette ai campi di cotone del nuovo mondo, da lì alla colonia francese il passo è stato breve fino a quando la parola protettorato ha scalzato il nome del regime ma non lo sfruttamento che è continuato passando in mano sovietica. Ora invece ci pensa la giunta militare.
"La Guinea è un paese ricco – spiega Boubacar – miniere, legname e acqua abbondano e così anche la miseria inspiegabile, l’analfabetismo e in molte zone del paese la mancanza di un’assistenza sanitaria dignitosa".
E’ la solita triste vicenda dei paesi del sud del mondo, più la terra è ricca più la pestilenza della povertà aumenta, pestilenza che in Guinea si chiama bauxite; dalle miniere se ne cava una grande quantità diretta negli USA e in Francia. Parole come libertà, diritti umani, giustizia, sacrosante per noi, in Guinea sono un’opinione mal sopportata dai militari. Per Boubacar invece hanno il significato di una fede a cui dedicare ogni attimo, ogni fatica.
Con alcuni compagni dà vita a un movimento per avviare un dialogo con le istituzioni militari, per diffondere idee di cambiamento. Chiedono cose semplici come cibo, lavoro, sanità, istruzione, usano il passaparola e mezzi d’informazione improvvisati. Nel frattempo Boubacar si sposa e mette al mondo quattro splendidi bambini.
I primi contrasti con il potere iniziano dalla lotta pacifica, i dimostranti scendono in piazza sfidando il governo, chiedono la riduzione del prezzo del riso e di altri beni di prima necessità.
"La risposta arriva veloce, come il morso d’un serpente. L’undici giugno del 2006 finisco il galera". Segue un attimo di silenzio. Boubacar fa una smorfia di dolore e si sfrega il petto e la spalla, poi incalza gli occhiali e continua a raccontare. Lo stesso gesto, quasi un riflesso incondizionato lo ripeterà poi, quando nel video che vediamo appaiono militari con il berretto rosso, come se con la mano volesse cancellare dalla mente quello che rimane impresso nel suo corpo: la tortura.
Il filmato lo ha ricevuto da poco, è l’epilogo della storia. Risale al gennaio del 2007 nei giorni del grande sciopero, la lunga marcia alla capitale Conakry, è girato male e forse rende più l’idea del fervore. Migliaia di persone scese per strada come non era mai accaduto, ragazze e ragazzi dai visi sorridenti sventolano un rametto dalle foglie verdi, simbolo di pace, e intonano un solo canto: libertà. Si intravedono alcuni militari che sembrano solo controllare il corteo. Poi quando si stringe per imboccare il centro della città la rappresaglia arriva veloce e spietata. Il video sobbalza, si intuisce la fuga, poi il botto degli spari interrompe la marcia, tutto tace: restano solo i morti portati a spalla. Rimarranno sul selciato 360 vittime innocenti.
Boubacar viene arrestato, per i suoi compagni la vendetta arriva puntuale, soccomberanno sotto tortura, nessuno uscirà vivo da galera. Toglie gli occhiali nel silenzio che ci ha avvolto come una coperta fradicia e piange. "In quella galera ho subito violenze inenarrabili, non sono rimasto vivo, sono solo sopravvissuto, dovevo farlo per i miei bambini per la mia brava moglie ! Ma anche in prigione, tra i secondini, c’era il malcontento per la politica del governo e poi alcuni erano del mio villaggio, così anche se malridotto una notte mi fanno fuggire, mi dicono che devo andare via, lontano".
Il primo pensiero è per la famiglia, la sua casa è ridotta a un ammasso di cenere, rimane solo la disperazione, ma i suoi cari sono già oltre confine, salvi. Nella fuga la sua brava moglie incinta perderà il quinto figlio, non si rivedranno più. Con un rocambolesco viaggio in un camion carico di frutta supera il confine, poi dal Senegal arriva a Roma dove viene accolto dalla Caritas e ricoverato in ospedale. "Ho dovuto lasciare la mia famiglia, la mia terra per salvare la mia vita, forse non è giusto, ma le mie idee, la mia militanza erano diventate letali. Ora vorrei iniziare a raccontare, riorganizzare una resistenza a distanza, lottare per la libertà del mio Paese, ma prima devo mettere al sicuro la mia famiglia".
Alla mia affermazione: hai già fatto tanto, quanto ti è successo non ti è bastato ? Risponde: "Faccio parte di coloro che credono che il futuro sia migliore di qualsiasi passato”.
Un futuro migliore per il suo Paese potrebbe essere vicino ed è questo a illuminare la sua esistenza. “La Guinea vive ora un delicato momento politico. Sotto la spinta dell'Unione Africana, il nuovo comandante della giunta militare Sekouba ha incaricato Jean Marie Doré, leader dell’opposizione, di formare un nuovo governo che porti il Paese alle elezioni popolari. Dopo 52 anni dall’indipendenza c’è la speranza che la Guinea si liberi dal giogo della dittatura, per avviarsi verso un futuro di pace, di democrazia, di sviluppo economico e di rispetto dei diritti umani, uguali per tutti. Tanta brava gente ha pagato con la vita per questo!".